Panzerjäger I

di redazione
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Il Panzerjäger I fu il primo cacciacarri, in tedesco Panzerjäger, a entrare in servizio nella Wehrmacht. Realizzato tra il 1940 e il 1941 sullo scafo del carro leggero Panzer I Ausf. B, montava al posto della torretta il cannone anticarro cecoslovacco da 4,7 cm dietro uno scudo fisso aperto in alto e sul retro. L’obiettivo era ottenere in fretta e a poco prezzo un mezzo mobile capace di battere i carri pesanti francesi come il Char B1 bis, contro i quali il pezzo trainato da 3,7 cm PaK 36 in dotazione ai reparti anticarro tedeschi era inefficace. Ne furono convertiti 202, impiegati nella campagna di Francia, in Nord Africa e sul fronte orientale. La denominazione ufficiale era 4,7 cm PaK(t) (Sf) auf Panzerkampfwagen I ohne Turm, ovvero cannone anticarro cecoslovacco da 4,7 cm semovente su carro armato I senza torretta.

Sviluppo e produzione

Un problema emerso in Polonia

La campagna di Polonia del settembre 1939 mise in evidenza un limite che le vittorie rapide avevano mascherato: i carri e i cannoni anticarro della Wehrmacht, concepiti privilegiando leggerezza e mobilità, non avevano la potenza di fuoco necessaria contro corazze spesse. Il problema sarebbe diventato serio in Francia, dove attendevano il Char B1 bis e il Matilda II. Sviluppare da zero pezzi e carri più potenti richiedeva anni, così si scelse la scorciatoia: montare armi anticarro già esistenti su scafi di carri leggeri ormai superati, ottenendo mobilità e potenza di fuoco con quello che c’era.

Il cannone cecoslovacco

La scelta cadde sul 4,7 cm KPÚV vz. 38 della Skoda, adottato dai tedeschi come 4,7 cm PaK (t), dove la t sta per tschechisch, cecoslovacco. Era un pezzo lungo 43,4 calibri, nettamente superiore al PaK 36 tedesco da 3,7 cm, e i tedeschi ne avevano ereditate grandi quantità con l’occupazione della Cecoslovacchia nel marzo 1939, mentre la produzione continuava a un prezzo ragionevole. Il coevo 5 cm PaK 38 tedesco non era ancora pronto. Da una parte c’erano dunque decine di ottimi cannoni disponibili subito, dall’altra centinaia di Panzer I che non avevano più nulla da offrire nel ruolo originario: l’idea di metterli insieme nacque da questa doppia circostanza, e fu più una soluzione di ripiego intelligente che un progetto.

Dalla Alkett alla Klöckner-Humboldt-Deutz

Il compito di disegnare il mezzo fu affidato alla Alkett di Berlino, affiliata della Rheinmetall-Borsig specializzata in veicoli corazzati, che tra la fine del 1939 e l’inizio del 1940 produsse i primi disegni. La conversione si rivelò semplice. Il prototipo fu presentato il 10 febbraio 1940 e l’ordine per 132 esemplari arrivò subito, con consegna entro maggio: la Alkett ne consegnò 40 a marzo, 50 ad aprile e i restanti 42 a maggio, giusto in tempo per la Francia.

Il secondo lotto ha una storia più tortuosa, e spiega perché il mezzo abbia due aspetti diversi. Nel settembre 1940 fu ordinata la costruzione di altri 70 esemplari e alla Krupp fu commissionata la produzione dei relativi scudi, ma a metà ottobre l’ordine fu annullato, con ogni probabilità perché la Krupp era già sovraccarica di altre commesse. Dopo i primi 10 scudi, l’assemblaggio dei 60 mezzi restanti passò alla Klöckner-Humboldt-Deutz di Colonia. In totale, tra il marzo 1940 e il febbraio 1941, furono costruiti 202 Panzerjäger I.

Panzerjäger I in Ucraina
Panzerjäger I in Ucraina Foto By Bundesarchiv, Bild 169-0110 / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de

Caratteristiche tecniche

La conversione

Lo scafo del Panzer I Ausf. B non fu praticamente toccato: trasmissione a prua, vano equipaggio al centro, motore a poppa. Venne rimossa la torretta e al suo posto fu montato il cannone su un piedistallo, dopo avergli tolto ruote, assale e code, ma conservandone lo scudo originale, integrato in una struttura corazzata fissa. È l’aspetto più rivelatore del mezzo: non un progetto, ma un pezzo d’artiglieria anticarro appoggiato su un cingolato, con lo scudo che aveva quando stava a terra. La casamatta restava aperta in alto e sul retro, e non offriva quindi alcuna protezione dall’alto.

Gli esemplari del primo lotto avevano uno scudo a cinque lati, quelli del secondo a sette lati: le pareti laterali furono portate alla stessa altezza di quella frontale e la struttura fu prolungata all’indietro con due piastre aggiuntive, migliorando lo spazio interno, i settori di tiro e la protezione posteriore. È il modo più semplice per distinguere le due serie in fotografia.

Armamento

L’arma principale era il 4,7 cm PaK (t) con canna lunga 43,4 calibri. Con il proietto perforante batteva corazze da 45-50 mm a 500 metri, sufficienti contro gli avversari del 1940. La gittata utile era di 1.000-1.200 metri e quella massima di circa 1.500, ma il dato che gli equipaggi segnalavano più spesso era un altro: la precisione. Nei rapporti si legge che di norma il bersaglio veniva colpito al primo colpo fino a 1.000 metri, cosa tutt’altro che scontata per l’epoca. La dotazione era di 74 colpi perforanti e 10 ad alto esplosivo.

Corazzatura

La protezione era quella consentita da uno scafo da sei tonnellate, cioè pochissima. Lo scudo misurava 14,5 mm, scafo e sovrastruttura 13 mm su fronte, fianchi e retro, mentre cielo e fondo si fermavano a 6 mm. Bastava contro le armi portatili e poco altro: il cannone anticarro francese da 25 mm lo perforava senza difficoltà, e sul fronte orientale i pezzi sovietici da 4,5 cm ci riuscivano già a 1.200 metri. A questo si aggiungeva la sagoma, alta e squadrata, che in campo aperto lo rendeva un bersaglio comodo per artiglieria e anticarro.

Apparato motore e mobilità

Il propulsore era quello del Panzer I, un Maybach NL 38 TR a sei cilindri a benzina di 3,8 litri, capace di 100 PS, pari a circa 99 hp, a 3.000 giri, abbinato a un cambio ZF a cinque marce avanti e una indietro. Restava anche il treno di rotolamento a quattro ruote portanti per lato. Con 146 litri di carburante l’autonomia era di circa 170 km su strada e 115 fuoristrada. La velocità massima era di 40 km/h, un valore rispettabile, anche se in marcia reale si viaggiava attorno ai 25 km/h su strada e ai 10-15 fuoristrada. Il peso, salito a 6,4 tonnellate contro le 5,8 del carro originale, non compromise la mobilità.

Equipaggio e osservazione

L’equipaggio era di tre uomini: capocarro-cannoniere e servente nella casamatta, pilota nello scafo. Il punto debole quotidiano era la visuale. Lo scudo era aperto, ma per vedere qualcosa davanti a sé tutti tranne il pilota dovevano affacciarsi al di sopra del bordo, esponendo testa e spalle: i rapporti tedeschi arrivano a parlare esplicitamente di Kopfschüsse, colpi alla testa. Dietro lo scudo, in combattimento urbano o sotto fuoco di soppressione, l’equipaggio era di fatto cieco. Su alcuni mezzi della seconda serie furono installati periscopi che sporgevano sopra la piastra frontale proprio per rimediare.

Organizzazione e impiego operativo

I Panzerjäger I erano organizzati in compagnie da nove mezzi, con tre compagnie per battaglione anticarro (Panzerjäger-Abteilung). Furono impiegati quasi esclusivamente da battaglioni autonomi, con due eccezioni: dopo la campagna dei Balcani una compagnia fu assegnata alla SS-Brigade Leibstandarte Adolf Hitler e un’altra alla Lehr-Brigade 900, in preparazione dell’operazione Barbarossa.

Francia, 1940

Il battesimo del fuoco avvenne nella campagna di Francia, nel maggio 1940, con 99 mezzi distribuiti fra quattro battaglioni, il 521, il 616, il 643 e il 670. Solo il 521 partecipò fin dal primo giorno, perché gli altri tre stavano ancora completando l’addestramento e furono inviati al fronte via via che lo terminavano. Il pezzo da 4,7 cm si dimostrò efficace contro la maggior parte dei carri francesi e britannici entro i 500 metri, mentre contro il Char B1 bis, cioè proprio il bersaglio per cui il mezzo era nato, i limiti si vedevano alle distanze maggiori. Gli equipaggi apprezzarono soprattutto la possibilità di cambiare posizione rapidamente dopo il tiro, che un pezzo trainato non consentiva.

Nord Africa

Nella primavera del 1941 27 Panzerjäger I del battaglione 605 furono assegnati all’Afrikakorps e sbarcarono a Tripoli tra il 18 e il 21 marzo. Furono gli unici cacciacarri semoventi a disposizione di Rommel per l’intera campagna, e la loro storia è quella di un lento consumo. Contro il Matilda II il 47 mm non bastava frontalmente oltre i 400-600 metri. Dei cinque rimpiazzi spediti nel settembre 1941 ne arrivarono tre il 2 ottobre: gli altri finirono in fondo al Mediterraneo con il mercantile Castellon, silurato dal sommergibile britannico Perseus. All’inizio dell’operazione Crusader il battaglione era al completo e ne perse tredici; quattro rimpiazzi nel gennaio 1942 lo riportarono a diciassette per la battaglia di Gazala, e altri tre arrivarono tra settembre e ottobre, ma alla vigilia della seconda battaglia di El Alamein ne restavano undici.

Il fronte orientale

L’impiego maggiore fu però sul fronte orientale, dove 135 mezzi equipaggiavano i battaglioni 521, 529, 616, 643 e 670 per l’invasione dell’Unione Sovietica del giugno 1941. Contro i carri leggeri T-26 e BT il cannone era più che sufficiente. Contro i nuovi mezzi sovietici il Panzerjäger I era, paradossalmente, uno dei pochi veicoli tedeschi ad avere una possibilità: prove di tiro condotte dalla 252ª Divisione di fanteria nell’ottobre 1941 su mezzi catturati stabilirono che il 4,7 cm perforava la torretta di un T-34 a 200 metri e il fianco dello scafo a 500. Contro il KV-1 serviva arrivare a 50 metri per la torretta, cioè, in pratica, sperare.

Il conto lo presentava però la corazza. I rapporti dei reparti impegnati nei settori di Mogilev e Rogachev descrivono mezzi distrutti dall’artiglieria prima ancora di entrare in azione, e schegge di grosso calibro che passavano le piastre sottili: una compagnia perse cinque veicoli su dieci in azioni di questo tipo, e solo due furono recuperabili. Le perdite furono pesanti e l’inverno 1941-42 fece il resto. Nel maggio 1942 il battaglione 521 dichiarava cinque mezzi ancora in carico, il 529 ne aveva due quando fu sciolto il 30 giugno.

La fine

Con l’arrivo di cacciacarri più potenti e meglio protetti, costruiti sullo scafo del carro cecoslovacco Panzer 38(t), l’impiego del Panzerjäger I si esaurì entro l’inizio del 1943.

Valutazione

Come mezzo da combattimento il Panzerjäger I fu poco più di un ripiego: troppo poco protetto, troppo alto, con una visuale pessima e un cannone che invecchiò nel giro di un anno. Il suo valore sta altrove. Fu il primo mezzo con cui la Wehrmacht mise un pezzo anticarro efficace su cingoli, e fu su di esso che vennero messe a punto l’organizzazione dei battaglioni cacciacarri e la dottrina del loro impiego, cioè le due cose che sarebbero rimaste quando il veicolo era già stato rottamato. La formula del cannone catturato su scafo obsoleto avrebbe prodotto pochi mesi dopo la serie dei Marder, e da lì la lunga famiglia dei cacciacarri tedeschi.

Principali Varianti del Panzerjäger I

  • Prima serie: 132 esemplari costruiti dalla Alkett tra il marzo e il maggio 1940, riconoscibili per lo scudo a cinque lati, con le pareti laterali più basse di quella frontale e la casamatta aperta sul retro.
  • Seconda serie: 70 esemplari consegnati tra il novembre 1940 e il febbraio 1941, dei quali 10 assemblati dalla Alkett e 60 dalla Klöckner-Humboldt-Deutz. Riconoscibili per lo scudo a sette lati, con le pareti laterali alte quanto quella frontale e due piastre aggiuntive sul retro. Alcuni esemplari ricevettero nuovi periscopi di osservazione e apparati radio Funksprechgerät “a”, con l’antenna spostata sul lato sinistro.

Informazioni aggiuntive

  • Nome e tipo: Panzerjäger I
  • Anno: 1940 
  • Produzione: 202 
  • Motore: 

    Maybach NL 38 TR, 6 cilindri a benzina raffreddato ad acqua

  • Potenza motore (hp): 99 
  • Lunghezza m.: 4,42  
  • Larghezza m.: 2,06 
  • Altezza m.: 2,14  
  • Peso t.: 6,4 
  • Velocità su strada Km/h: 40
  • Autonomia Km.: 170 
  • Armamento: 

    1 cannone da 4,7 cm PaK (t) L/43,4 con 74 colpi perforanti e 10 esplosivi

  • Corazzatura max mm.: 14.5 
  • Equipaggio: 3  
  • Bibliografia – Riferimenti 
    • Bruno Benvenuti, Fulvio Miglia: Guida ai carri armati ISBN 8804177799
    • Miller, David  Illustrated Directory of Tanks and Fighting Vehicles: From World War I to the Present Day. Zenith Press. ISBN 0-7603-0892-6.

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