Il carro armato medio italiano M.13/40

Carro armato medio M.13/40

di redazione
Pubblicato: Ultimo aggiornamento il: 387 letture totali

Informazioni aggiuntive

Il Carro Armato M13/40 fu un carro armato medio italiano della Seconda Guerra Mondiale, progettato per rimpiazzare l’M11/39 nel Regio Esercito all’inizio del conflitto. Basato sullo scafo modificato dell’M11/39 e influenzato dal carro britannico Vickers 6-Ton, l’M13/40 diventò il carro italiano più numeroso della guerra, venendo impiegato su tutti i fronti ma con risultati alterni contro mezzi avversari più moderni e meglio equipaggiati.

La progettazione dello M.13/40 iniziò nel 1937, basandosi sul carro medio M.11/39, con alcune evidenti differenze, principalmente il tipo e la disposizione dell’armamento principale. La disposizione in casamatta aveva infatti mostrato i suoi limiti già nel corso della Guerra Civile Spagnola e lo M.13/40 montava finalmente il pezzo principale in un torre capace di ruotare di 360°, inoltre il calibro era stato portato a 47mm.

L’armamento secondario era costituito da 3/4 mitragliatrici da 8mm di calibro, una era coassiale al cannone, due in casamatta ed una quarta poteva essere montato su di un supporto sulla parte superiore della torretta ed impiegata per la difesa antiaerea.

Al momento della presentazione del carro l’arma principale, un pezzo da 47mm L/42 di derivazione austriaca, venne considerato adeguato ed in effetti si dimostrò in grado di affrontare i Matilda e i Grant ma solo evitando l’attacco frontale, per questo motivo nelle versioni successive vennero installati cannoni di calibro più elevato.

L’equipaggio era di 4 elementi e i carri (tranne che nei primissimi esemplari prodotti) erano finalmente dotati di impianto radio per le comunicazioni.

Sviluppo e caratteristiche

Lo sviluppo dell’M13/40 iniziò nel 1938, come evoluzione dell’M11/39 da cui ereditava lo scafo, seppur modificato. La principale differenza stava nello spostamento dell’armamento principale, un cannone da 47 mm, dalla casamatta in torretta, risolvendo una delle maggiori criticità del predecessore. Per accelerare l’entrata in servizio del nuovo modello, la produzione dell’M11/39 fu interrotta dopo appena 100 esemplari.

L’M13/40 manteneva dall’M11/39 alcune soluzioni tecniche ispirate al Vickers 6-Ton, come le sospensioni a balestra con due carrelli e otto coppie di ruote per lato. Si trattava di un sistema pensato per garantire mobilità in terreni montuosi, rivelatosi però meno ideale nei deserti nordafricani dove il carro si trovò principalmente a operare.

Lo scafo era costituito da piastre rivettate spesse 30 mm sul frontale (come l’M11/39), 42 mm sulla torretta (contro i 30 mm dell’M11/39), 25 mm sui fianchi (rispetto ai 15 mm del predecessore), appena 6 mm sul fondo (che lo rendevano vulnerabile alle mine) e 15 mm sul cielo. L’equipaggio di 4 uomini era disposto con pilota e mitragliere/marconista nello scafo anteriore e capocarro/cannoniere e servente in torretta.

Il cuore dell’M13/40 era un moderno motore diesel da 125 CV, una rarità per l’epoca che garantiva costi di esercizio ridotti, maggiore autonomia e minori rischi di incendio rispetto alle comuni unità a benzina. Tuttavia, a causa del maggior peso (13 tonnellate) rispetto all’M11/39, le prestazioni non erano particolarmente brillanti, con una velocità massima di circa 32 km/h.

L’armamento verteva appunto sul cannone da 47 mm 32 calibri lunghi Mod. 35, derivato dall’ottimo pezzo controcarro omonimo. Poteva perforare circa 45 mm di corazza a 500 metri, caratteristiche adeguate contro i carri leggeri e medi britannici ma insufficienti per affrontare i carri fanteria come il Matilda. Su alcuni esemplari era presente anche una mitragliatrice da 8 mm in supporto antiaereo. 104 erano i colpi per il cannone e almeno 2000 per le mitragliatrici. Due periscopi erano disponibili per cannoniere e capocarro.

L’M13/40 introdusse anche una vera novità per i carri italiani: una radio di serie, la Magneti Marelli RF1CA, che permetteva comunicazioni affidabili tra i mezzi, pur se la torretta biposto rendeva meno efficiente la cooperazione tra i membri dell’equipaggio rispetto ai carri con torrette a tre uomini.

Impiego operativo

I primi M13/40, di una produzione complessiva di oltre 700 esemplari, raggiunsero i reparti nell’estate del 1940 al ritmo di 60-70 al mese. Furono inviati in Nord Africa per fronteggiare i britannici, ma la maggior parte delle unità era stata costituita frettolosamente, mancava di coesione, i carri non avevano ancora le radio (uno svantaggio tattico non indifferente) e gli equipaggi erano poco addestrati (appena 25 giorni di esercitazioni prima dell’invio al fronte).

Il battesimo del fuoco avvenne con lo speciale Gruppo Babini nell’inverno 1940-41 contro l’offensiva britannica Compass. A dicembre M13/40 del III Battaglione presero parte alla battaglia di Bardia (3-4 gennaio 1941), dove in due giorni gli australiani ebbero 456 perdite contro 40.000 italiani (2000 morti, 3000 feriti e 36.000 prigionieri). Altri scontri avvennero a Derna con il V Battaglione appena giunto.

Il 6-7 febbraio il Gruppo Babini tentò di aprire un varco nelle linee britanniche a Beda Fomm per permettere il ripiegamento delle forze italiane tagliate fuori, ma fu respinto perdendo tutti i carri. Gli ultimi 6 superstiti furono distrutti uno dopo l’altro da un singolo cannone controcarro britannico da 40 mm. In questi scontri molti M13/40 furono persi più per il tiro dell’artiglieria che in duelli tra carri.

Alcune decine di M11 e M13 di preda bellica furono riutilizzati dai reparti australiani e britannici fino all’esaurimento del carburante nella primavera 1941. Gli M13/40 combatterono anche in Grecia su terreni difficili e a Tobruk contro i Matilda, con scarso successo. Risultati migliori furono ottenuti a Bir el Gobi dalla Divisione Ariete contro i Cruiser britannici.

Nella primavera 1941, all’arrivo dell’Afrikakorps tedesco, gli italiani schieravano ancora circa 240 M13/40 e M14/41. Ma con il dispiegamento dei carri medi M3 Lee/Grant americani e degli incrociatori Crusader III con cannoni da 57 mm, i limiti degli M13 divennero evidenti. Gli equipaggi cercarono di rinforzare le corazzature con sacchi di sabbia e maglie di cingoli, ma ciò appesantiva i già poco potenti carri e ne aumentava le necessità di manutenzione.

L’ultimo grande scontro fu ad El Alamein nell’ottobre 1942, che vide il debutto degli Sherman mentre ancora 230 M13 erano in prima linea. In diversi giorni di battaglia le Divisioni Ariete e Littorio furono usate per coprire la ritirata dell’Asse, mentre la Centauro fu quasi annientata in Tunisia. Ormai gli M13/40 erano del tutto superati e il loro armamento quasi inutile contro Sherman e Grant, se non a distanza ravvicinata.

Dopo la guerra, 2-3 M13/40 abbandonati in Nordafrica furono incorporati nelle forze armate egiziane e impiegati contro Israele nelle battaglie di Negba del 1948, dove uno fu catturato e poi esposto per anni come monumento in un kibbutz.

Considerazioni

L’M13/40 si presentava come un progetto convenzionale per l’epoca, paragonabile a mezzi come il polacco 7TP o il sovietico T-26, in termini di corazzatura e armamento. Il cannone da 47 mm, pur impotente contro un Matilda, offriva prestazioni più che adeguate nei primi anni di guerra, quando la maggior parte dei carri tedeschi montava pezzi da 20, 37 o al massimo 50 mm a bassa velocità. Solo dal 1942 i tedeschi adottarono su larga scala armi da 50 e 75 mm ad alta velocità che resero obsoleto l’armamento dell’M13.

Il pezzo da 47 mm era efficace anche nel tiro contro bersagli non corazzati, supplendo alla mancanza iniziale di un vero carro d’appoggio fanteria come il Panzer IV o lo Stug III tedeschi. Anche il motore diesel era un punto di forza per autonomia ed economicità, adatto all’industria italiana.

Non mancavano però i difetti, alcuni molto limitanti: il motore potente ma poco affidabile, le sospensioni che garantivano discrete prestazioni fuoricampo ma velocità non molto superiori a quelle di un carro per l’appoggio alla fanteria, una corazzatura costruita per rivettatura anziché saldatura (i rivetti tendevano a saltare sotto i colpi trasformandosi in pericolosi proiettili), la torretta monoposto meno efficiente di quelle a tre uomini.

Come hanno notato gli storici Cappellano e Battistelli, le scarse prestazioni iniziali dell’M13/40 sono imputabili più alla mancanza di addestramento ed esperienza degli equipaggi, alla dottrina tattica carente e alla costituzione affrettata di molte unità che ai limiti tecnici del mezzo, non così inferiore ai carri coevi nel 1940-41. Col procedere della guerra però lo svantaggio divenne sempre più marcato, nonostante il miglioramento di tattica ed equipaggi.

Varianti e derivati

Con oltre 3000 esemplari, comprese le varianti M14/41 e M15/42, l’M13/40 fu il carro italiano più prodotto della guerra. L’M14/41 introduceva filtri dell’aria migliorati per l’impiego in Nordafrica e un motore più potente, mentre l’M15/42 del 1943 aveva un nuovo propulsore a benzina, corazzature ispessite e un cannone da 47/40.

Dallo scafo dell’M13/40 e del successivo M14/41 fu ricavato il semovente d’artiglieria Semovente 75/18, che affiancò i carri standard per migliorarne la potenza di fuoco. Sullo stesso telaio fu allestito anche il Semovente Comando M40, con la torretta sostituita da un ampio portello per ospitare radio e apparati di comunicazione aggiuntivi.

L’M13/40, pur coi suoi difetti, rimane il carro simbolo dello sforzo bellico italiano nella Seconda Guerra Mondiale, protagonista di alcune delle pagine più drammatiche ma anche valorose della storia militare nazionale. Un mezzo non privo di qualità ma chiamato troppo presto a confrontarsi con avversari inarrivabili sul piano tecnologico e industriale, in una guerra per la quale l’Italia, l’industria e il Regio Esercito non erano preparati.

Principali varianti del Carro Armato M13/40

  • M13/40: principale variante prodotta in serie, 710 esemplari costruiti.
  • M14/41: variante con motore diesel Fiat SPA 15T V-8 da 145 cavalli. 695 esemplari costruiti.
  • M15/42: variante che incorporava numerosi miglioramenti e modifiche, pur rimanendo inferiore agli avversari che doveva affrontare. E’ stata prodotta in un numero di esemplari che varia da 112 a 248 a seconda delle fonti.
  • Carri comando M.40, M.41, M.42: varianti destinate alla direzione del fuoco di artiglieria.
  • Semovente M.40, M.41, M.42 75/18: prodotto in 364 esemplari.
  • M.41 da 90/53: prodotto in soli 30 esemplari.
  • 75/34 M.42: prodotto in 120 esemplari, fu usato soprattutto dai tedeschi.
  • Ansaldo 105/25 M.43: prodotto in 108 esemplari, venne impiegato soprattutto dai tedeschi.
  • Ansaldo 75/34 M.43 prodotto in 29 esemplari, fu adoperato esclusivamente dai tedeschi.
  • Ansaldo M43 da 75/46: prodotto in appena 11 esemplari, fu utilizzato esclusivamente dai tedeschi e forse dagli italiani durante la mancata difesa di Roma.

  • Nome e tipo: Marder I
  • Anno: 1942
  • Produzione: 170
  • Motore: 

    SPA diesel, 8 cilindri

  • Potenza motore (hp): 125
  • Lunghezza m.: 5.38
  • Larghezza m.: 2.20
  • Altezza m.: 2
  • Peso t.: 8.2
  • Velocità su strada Km/h: 38
  • Autonomia Km.: 200
  • Armamento: 

    1 cannone 47/32 da 47mm in torre, 3 mitragliatrici Breda Mod.38 da 8mm

  • Corazzatura max mm.: 40
  • Equipaggio: 4-5
  • Bibliografia – Riferimenti:
       

Articoli correlati

Lascia un commento