Jagdpanzer 38 Hetzer

di redazione
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Il Jagdpanzer 38 fu il cacciacarri più prodotto della Wehrmacht nell’ultimo anno di guerra: 2.612 esemplari usciti dalle fabbriche di Praga e Pilsen fra il marzo 1944 e il maggio 1945, armati con un pezzo capace di distruggere quasi tutti i carri alleati e protetti da una piastra frontale che sulla carta valeva più di quella del Tiger I. Era anche una macchina scomoda, cieca su un fianco e sbilanciata sull’avantreno. Pregi e difetti hanno la stessa origine, e non è una dottrina né un’idea tattica: è la portata delle gru di uno stabilimento.

Una gru da tredici tonnellate

Il 26 novembre 1943 i bombardieri alleati scaricarono 1.424 tonnellate di esplosivo e spezzoni incendiari sugli stabilimenti Alkett di Berlino, dove si costruivano gli Sturmgeschütz III. La produzione del semovente d’assalto più importante dell’esercito tedesco si fermò, e l’OKH andò a cercare dove riprenderla. La scelta cadde sulla Böhmisch-Mährische Maschinenfabrik di Praga, la ex ČKD, che aveva linee di montaggio, manodopera qualificata e una lunga pratica di veicoli cingolati.

Il 6 dicembre l’OKH dovette riferire a Hitler che non si poteva fare, e la ragione non erano gli operai né le macchine utensili: le gru dello stabilimento sollevavano tredici tonnellate e uno Sturmgeschütz III finito ne pesava ventiquattro. La BMM aveva passato la guerra a costruire Panzer 38(t) da nemmeno dieci tonnellate, e ogni cosa lì dentro, dai carroponti agli attrezzi, era dimensionata su quel peso. Rifare l’impianto avrebbe richiesto mesi che nessuno aveva.

Hitler ordinò allora di costruire a Praga un semovente nuovo, più leggero, tagliato sulla fabbrica invece che sul campo di battaglia. La specifica si legge come la trascrizione diretta di quel vincolo: tredici tonnellate, 55-60 km/h, corazza frontale sottile ma fortemente inclinata per recuperare con la geometria la protezione che non si poteva avere con lo spessore, fianchi appena sufficienti a fermare le armi leggere e le schegge. Non è un progetto che parte da un requisito tattico e cerca la tecnica per soddisfarlo. È un progetto che parte da un numero e ci costruisce intorno un’arma.

Il resto procedette in fretta, come succede quando le decisioni sono già state prese altrove. Il 17 dicembre 1943 i disegni del veicolo basato sullo scafo del Panzer 38(t), ormai giudicato superato come carro, vennero presentati e approvati; l’8 gennaio 1944 erano pronti quelli definitivi; il 24 gennaio esisteva un modello ligneo in scala uno a uno, mostrato due giorni dopo agli ufficiali dello Heereswaffenamt. Dal via libera al primo prototipo passarono meno di quattro mesi. Anche l’armamento fu una scelta di calendario: era previsto un pezzo senza rinculo, con la canna vincolata rigidamente alla casamatta, ma svilupparlo avrebbe richiesto troppo tempo e si ripiegò sul 7,5 cm Pak 39 L/48, che era già in produzione e disponibile.

Sull’origine della forma esiste una questione aperta. Documenti romeni e parte della letteratura, in particolare Zaloga e Axworthy, attribuiscono al cacciacarri romeno Mareșal l’ispirazione per la casamatta interamente spiovente montata su un telaio di carro leggero; due ufficiali tedeschi lo esaminarono nell’aprile 1944 e le loro impressioni furono messe a verbale. Spielberger e Doyle non confermano il legame e si limitano a notare che nel dicembre 1943, mentre lo Jagdpanzer 38 veniva disegnato, Hitler conosceva già il Mareșal e lo apprezzava molto. Fra il dire che una macchina ne ha ispirata un’altra e il dire che era nota e piaceva c’è una differenza che le fonti non hanno colmato.

Il cannone a destra

Lo scafo era nuovo, non un Panzer 38(t) adattato, benché ne riprendesse i componenti collaudati. Era più largo, 2,63 metri contro 2,13, con i fianchi inferiori inclinati verso l’esterno a formare una sezione grosso modo esagonale, il che dava spazio interno senza alzare la sagoma. Le ruote passarono da 77,7 a 82 centimetri di diametro, i cingoli da 293 a 350 millimetri per compensare il peso, le sospensioni a balestra vennero irrobustite e i rulli di ritorno scesero da due a uno.

La ricerca della sagoma bassa impose però la scelta che condiziona tutto il mezzo. L’affusto non poggia sul pavimento del vano di combattimento, come in un semovente normale, ma è appeso a una culla fissata alla piastra di prua: si guadagnano centimetri preziosi in altezza, e in cambio il pezzo deve spostarsi a destra dell’asse longitudinale, perché sull’asse non ci sta. Da questa singola decisione geometrica discende, per necessità, tutto il resto.

Discende l’ordine dell’equipaggio, con pilota, puntatore e servente incolonnati lungo la fiancata sinistra e il capocarro relegato a destra dietro il pezzo, separato dagli altri tre dalla protezione del rinculo, senza cupola e con la sola visuale del periscopio a forbice sopra il portello. Discende il brandeggio, cinque gradi a sinistra e undici a destra, sedici gradi in tutto: per ingaggiare qualunque cosa stia fuori da quel cono il pilota deve girare il veicolo, e un veicolo che si muove in una posizione d’agguato è un veicolo che si scopre. Discende lo squilibrio dei pesi, corretto stivando 850 chili fra uomini e materiali sul lato sinistro, perché altrimenti la macchina sedeva sul cingolo destro. Discende il lavoro del servente, che doveva rifornire da sinistra un pezzo progettato per essere caricato da destra, sporgendosi oltre la culatta per raggiungere la leva di apertura e talvolta oltre la protezione del rinculo per prendere i colpi stivati dall’altra parte. E discende la cecità: a portelli chiusi il Jagdpanzer 38 non vedeva nulla sul fianco destro, tanto che il capocarro comunicava con il pilota accendendo tre lampadine sul cruscotto, una per andare a destra, una a sinistra e una dritto.

Nessuno di questi è un difetto a sé, da mettere in fila con gli altri. Sono lo stesso vincolo visto da cinque angoli diversi, e insieme dicono una cosa sola: la macchina rende soltanto ferma, nascosta e rivolta con la prua verso il nemico, e cioè in agguato.

La corazza

La piastra frontale superiore era spessa 60 mm e inclinata a 60 gradi sulla verticale. Un proiettile perforante che l’avesse colpita in orizzontale avrebbe dovuto attraversare circa 120 mm di acciaio, e la forte inclinazione aumentava per giunta le probabilità di rimbalzo. Sulla carta è un dato notevole: lo scafo del Tiger I, che pesava tre volte tanto, ne offriva 100. I fianchi superiori erano 20 mm, il tetto 10, il fondo 8, e le Schürzen, le gonne corazzate laterali da 5 mm introdotte nel settembre 1944, servivano a proteggere la parte bassa dei fianchi dai fucili controcarro sovietici da 14,5 mm, con il piccolo inconveniente che gli equipaggi le perdevano ogni volta che sfioravano un cespuglio.

Su quanto valessero davvero quei 60 mm le fonti non concordano, e la divergenza è fra due degli studiosi che hanno scritto le opere di riferimento su questi mezzi. Hilary Doyle sostiene che l’acciaio impiegato fosse di qualità inferiore a quello cementato del Panzer IV e del Panther, con una durezza fra 265 e 309 Brinell, e che i 60 mm della prua equivalessero grosso modo a 30 mm della corazza cementata del Panzer III. Thomas Jentz, nei Panzer Tracts, scrive che la fronte del Jagdpanzer 38 doveva essere immune alla maggior parte dei pezzi controcarro, che è l’opposto. I due hanno firmato insieme diversi volumi su questo veicolo, il che rende la contraddizione ancora più difficile da liquidare.

Chi la usò diede una risposta parziale. Il comandante di un battaglione controcarri riferì che la corazza frontale resisteva ai pezzi sovietici da 7,62 cm e che fino a quel momento le perdite erano arrivate tutte da penetrazioni sui fianchi e sul retro, per cui era essenziale presentare al nemico solo la prua. Il che conferma Jentz sul davanti e ricorda che sui lati non c’era discussione da fare.

Le tre tonnellate di troppo

Il veicolo entrò in produzione a sedici tonnellate. Tre in più della specifica, e cioè quasi un quarto oltre il numero da cui era nato tutto. Il motore era un Praga a sei cilindri in linea, lo stesso del Panzer 38(t) portato da 129 a 160 PS, pari a 158 hp reali, e con quel peso non bastava: la velocità massima si fermò a 42 km/h contro i 55-60 chiesti in origine. Ogni difetto meccanico della macchina discende da quello scarto.

Il muso pesante, aggravato dal pezzo e dalla piastra spessa, faceva sedere il posteriore dieci centimetri più alto dell’anteriore e caricava le balestre davanti, che si rompevano; nel settembre 1944 le sedici lame anteriori passarono da 7 a 9 mm mentre le posteriori restarono a 7. Nell’agosto 1944 il mantelletto venne ridisegnato dentro e fuori per recuperare 200 chili, con l’effetto collaterale di rendere il mezzo tollerabile da guidare. I riduttori finali del modello 6, rapporto 12:88, cedevano sotto sollecitazioni per cui non erano stati calcolati, e nel gennaio 1945 furono sostituiti con il modello 6.75 dal rapporto 10:80. Perfino il raffreddamento pagava dazio: la presa d’aria sul cofano posteriore era piccola, la ventola richiedeva un motore potente per aspirare abbastanza, e quella potenza usciva dal bilancio del propulsore.

A parte c’è il caso del periscopio del pilota, che vale la pena raccontare perché è il genere di errore che si scopre solo sparando. La copertura corazzata che lo proteggeva sporgeva dalla piastra di prua, e i colpi perforanti che non riuscivano a penetrare il glacis scivolavano verso l’alto, incontravano quello scalino e finivano dentro il vano di combattimento: la corazza inclinata deviava il proiettile e il particolare sporgente glielo restituiva. Dall’ottobre 1944 la copertura sparì, i periscopi vennero incassati a filo e sopra fu messa una lamierina come parasole e paragoccia, fatta per essere strappata via da un colpo invece che per fermarlo.

La produzione

La BMM ricevette un contratto per 2.000 esemplari, e poiché non bastavano ne fu assegnato un altro di pari entità alla Škoda. Gli scafi arrivavano dalle acciaierie di Vítkovice e dalle Poldi di Kladno, con il concorso della Linke-Hofmann di Breslavia e della Ruhrstahl di Hattingen; i cingoli da Chomutov e da Královo Pole; i motori e i cambi Praga-Wilson dalla Praga. Dietro le due fabbriche c’erano 316 subfornitori nel Protettorato di Boemia e Moravia e altri 117 in Germania e nei territori occupati, una rete che i bombardamenti e l’avanzata alleata scucivano continuamente, e le cifre mensili ne portano il segno: tre esemplari nel marzo 1944, un centinaio al mese in estate, oltre quattrocento nel gennaio 1945, poi il crollo.

Il totale di telai completati fu di circa 2.827, ed è il numero che si trova quasi ovunque. La scomposizione però conta: 2.612 erano cacciacarri, 181 Bergepanzer da recupero, 20 Flammpanzer lanciafiamme e 14 Starr. In questa scheda la voce Produzione riporta 2.612, cioè i soli mezzi costruiti nel ruolo che dà il titolo alla pagina.

Quando l’Armata Rossa prese gli stabilimenti Škoda fece l’inventario di quel che c’era in lavorazione, e il verbale dice più di qualunque grafico: 1.200 scafi incompiuti, dei quali 150 completabili con i pezzi disponibili, e per i restanti 1.050, fermi fra il 45 e il 60 per cento, 78 cannoni in tutto. La fabbrica sfornava scafi molto più in fretta di quanto l’industria riuscisse a produrre pezzi da montarci sopra.

The Hetzer Tank Destroyer - Warfare History Network
The Hetzer Tank Destroyer – Warfare History Network

Impiego operativo

Il Jagdpanzer 38 non era un carro e non doveva comportarsi come tale. Venne assegnato ai battaglioni controcarri d’armata, i Panzerjäger-Abteilungen, per dare alle divisioni di fanteria una riserva anticarro mobile da impiegare sui fianchi e contro i contrattacchi, mai in testa a un’offensiva. Ogni battaglione aveva sulla carta 45 mezzi, quattordici per compagnia più tre al comando, ridotti a 38 nel febbraio 1945. Alla scuola controcarri di Milowitz gli equipaggi imparavano a scegliere in anticipo le postazioni di tiro, preferibilmente dietro un terrapieno o al margine di un bosco, e a uscirne in retromarcia appena finiti i bersagli, prima che arrivasse l’artiglieria.

Il primo reparto a riceverli fu lo Heeres Panzerjäger-Abteilung 731, quarantacinque mezzi fra il 4 e il 13 luglio 1944, destinazione fronte orientale. Seguirono il 743° a fine luglio, il 741° in settembre con una compagnia a est e due nel settore di Arnhem, poi il 561° e il 744° nei mesi finali. Nelle Ardenne, fra il dicembre 1944 e il gennaio 1945, ne furono impiegati 295: al 30 dicembre il gruppo d’armate B ne dichiarava 131 efficienti su 190 iniziali, il gruppo d’armate G 38 su 67.

Come si combattesse con questa macchina lo dice meglio di ogni altra cosa il rapporto di un comandante di battaglione, riportato da Robert Cashner. Quattro Jagdpanzer 38 della 3ª compagnia ingaggiano un IS-122 a 1.200 metri. Il carro pesante sovietico spara dieci colpi contro il mezzo del comandante, appostato in controdeclivio: dieci colpi in direzione, tutti corti di cento metri. Il comandante manda allora un Jagdpanzer sulla destra per un percorso coperto e al sesto colpo la fiancata dell’IS viene perforata. La conclusione che ne trae non riguarda l’IS ma il proprio mezzo: un Jagdpanzer 38 da solo non deve mai ingaggiare, perché il fumo dello sparo torna indietro e avvolge il periscopio a forbice del capocarro, che a quel punto non vede più dove sono andati i colpi e non può correggere il puntatore. Serve un secondo mezzo che osservi per lui e gli passi le correzioni via radio. Lo stesso rapporto spiega perché il controdeclivio funzionasse tanto bene: al pezzo bastava 1,4 metri di luce per sparare, e in quella posizione il bersaglio offerto al nemico era alto 77 centimetri.

Due episodi cecoslovacchi dell’aprile 1945 chiudono il quadro dai due lati opposti. A Bolatice, il 16 aprile, il puntatore di un T-34-85 della 1ª brigata corazzata cecoslovacca sparò contro quello che aveva scambiato per un nido di mitragliatrici al margine di un bosco; andò a vedere e trovò un Jagdpanzer 38 mimetizzato, il cui equipaggio, esaurito il carburante e le munizioni del pezzo, aveva continuato a battersi con la sola mitragliatrice del tetto. A Čavisov, undici giorni dopo, il 27 aprile, otto T-34-85 finirono in un agguato di semoventi appostati: due distrutti, tre danneggiati, il resto costretto a ripiegare. Poi i tedeschi uscirono allo scoperto per inseguire, e ne persero due prima di rientrare. La macchina funzionava esattamente finché la si usava per quello che era.

Il nome

Hetzer non fu mai la designazione ufficiale di questo mezzo, che nei documenti compare sotto oltre trenta denominazioni e sigle diverse, da leichter Panzerjäger auf 38(t) a Jagdpanzer 38. Il nome apparteneva a un altro progetto: l’E-10, un cacciacarri veloce da 400 hp e 70 km/h della serie Entwicklung, che non entrò mai in produzione e a cui era stato affibbiato in fabbrica il nome in codice Hetzer. Nelle riunioni fra gli ufficiali del Wa Prüf 6 e i tecnici della BMM, con una lingua di mezzo, i cechi capirono che i tedeschi chiamassero così il loro veicolo, e il soprannome attecchì.

Attecchì al punto che il 4 dicembre 1944 un foglio di briefing di Guderian a Hitler dovette spiegare l’espressione, dichiarando che veniva dalla truppa e indicava il Jagdpanzer 38. Dopo la guerra gli storici partirono da quel documento e il nome diventò quello con cui il mezzo è conosciuto ovunque.

Resta l’ironia, che è tutta nel significato della parola. Come ha osservato Ralf Raths, direttore del museo dei carri di Munster, hetzen è un termine venatorio e vuol dire inseguire la preda ad andatura sostenuta finché non stramazza, che è quello che fanno i lupi e i cani da seguita. Descrive perfettamente l’E-10 da 70 km/h. Descrive l’esatto contrario di un veicolo da 42 km/h che stava fermo dietro una siepe e aspettava.

Valutazione

Nel ruolo per cui era stato fatto il Jagdpanzer 38 funzionava. Costava poco, si costruiva in fretta su attrezzature già esistenti, era meccanicamente affidabile perché i suoi organi principali venivano da un carro con cinque anni di servizio alle spalle e i difetti d’infanzia già scontati, si nascondeva bene e con il Pak 39 metteva fuori combattimento qualunque carro alleato tranne i pesanti sovietici. Rispetto ai Marder III che sostituiva, che portavano un pezzo altrettanto valido dentro una casamatta aperta e alta, era un mezzo in cui l’equipaggio aveva probabilità sensibilmente migliori di tornare indietro.

I limiti erano quelli che il vincolo iniziale aveva reso inevitabili: fianchi da 20 mm, sedici gradi di brandeggio, una sistemazione interna che rendeva difficile il lavoro di tre uomini su quattro, e tre tonnellate di sovrappeso che si scaricavano sulle sospensioni e sulle trasmissioni. Era un mezzo che perdonava poco: impiegato in difensiva, in postazioni preparate e almeno in coppia, era efficace; impiegato da solo, in movimento o in attacco, si perdeva.

Il giudizio più solido lo diedero comunque due eserciti che non avevano ragione di essere indulgenti. La Cecoslovacchia ne mise in servizio 249 con la sigla ST-I e li tenne fino ai primi anni sessanta; la Svizzera ne comprò 158 con la sigla G13 e li radiò nel 1970, venticinque anni dopo la fine della guerra, perché una macchina economica, bassa e ben protetta di fronte era quanto di più adatto a un esercito che pensava soltanto a difendersi. La maggior parte dei Jagdpanzer 38 visibili oggi nei musei sono G13 svizzeri.

Principali Varianti del Jagdpanzer 38:

  • Jagdpanzer 38 Starr: versione semplificata per la produzione di massa, con il pezzo vincolato rigidamente allo scafo e il sistema di rinculo eliminato, così che fossero la massa e le sospensioni ad assorbire il colpo. Prevedeva un motore diesel Tatra e un periscopio rotante per il capocarro. Ne furono completati 14 fra prototipi e preserie, in gran parte riconvertiti poi allo standard normale. Non arrivò in tempo per combattere.
  • Flammpanzer 38: 20 esemplari con lanciafiamme Koebe al posto del pezzo, mascherato da un tubo che imitava la canna del cannone. Impiegati sul fronte occidentale con le 352ª e 353ª Panzer-Flamm-Kompanien durante l’offensiva delle Ardenne.
  • Bergepanzer 38: mezzo leggero da recupero, 181 esemplari, senza casamatta e dotato di verricello, cavi, tavole d’appoggio e un puntone idraulico posteriore. Unico armamento una MG 34 o MG 42 sul braccio anteriore. Alcuni furono riarmati con un cannone da 2 cm Flak 38.
  • Befehlspanzer 38: versione di comando, armata come le altre ma con apparato radio FuG 8 da 30 W e antenne supplementari, il che rendeva ancora più stretto un interno già angusto.
  • 15 cm sIG 33/2 (Sf) auf Jagdpanzer 38: semovente d’artiglieria ricavato dallo scafo del Bergepanzer 38 con un obice pesante da 15 cm in casamatta leggera da 10 mm, pensato per rimpiazzare le perdite fra i Grille. 30 esemplari fra il dicembre 1944 e il febbraio 1945.
  • Jagdpanzer 38(d): versione di transizione con scafo più largo, fianchi da 50 mm, affusto rigido dello Starr, pezzo da 7,5 cm L/70 e motore Tatra a otto cilindri. Rimasta allo stadio di prototipo.
  • ST-I: designazione cecoslovacca del dopoguerra, dal ceco Stíhač tanků, cacciacarri. 249 esemplari in servizio, affiancati da 50 ST-III da addestramento piloti.
  • G13: versione svizzera, 158 esemplari. G13 era in origine il semplice codice di fabbrica Škoda per il Jagdpanzer 38, dove G stava per cacciacarri, 1 per leggero e 3 per il terzo modello, dopo il Panzerjäger I (G11) e il Marder III (G12). Montava il Pak 40 con freno di bocca, perché la Škoda non aveva accesso ai Pak 39. Novantaquattro furono rimotorizzati a gasolio negli anni cinquanta.

Informazioni aggiuntive

  • Nome e tipo: Jagdpanzer 38 (Sd.Kfz. 138/2)
  • Anno: 1944 
  • Produzione: 2.612 
  • Motore: 

    Praga EPA AC/2800, 6 cilindri in linea a benzina raffreddato ad acqua

  • Potenza motore (hp): 158 
  • Lunghezza m.: 4,77  
  • Larghezza m.: 2,63 
  • Altezza m.: 2,10  
  • Peso t.: 16 
  • Velocità su strada Km/h: 42
  • Autonomia Km.: 180 
  • Armamento: 

    1 cannone da 7,5 cm Pak 39 L/48 con 41 colpi; 1 mitragliatrice MG 34 da 7,92 mm con 1.200 colpi

  • Corazzatura max mm.: 60 
  • Equipaggio: 4  
  • Bibliografia – Riferimenti 
    • Bruno Benvenuti, Fulvio Miglia: Guida ai carri armati ISBN 8804177799
    • Miller, David. Illustrated Directory of Tanks and Fighting Vehicles: From World War I to the Present Day. Zenith Press. ISBN 0-7603-0892-6
    • Wikipedia
    • Tank Encyclopedia
    • Warfare History Network

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