Nel settembre 1939, quando la Wehrmacht entrò in Polonia, il carro armato più numeroso dei suoi reparti non era tedesco. Era ceco. I Panzer 35(t) in linea erano 244, i Panzer III 148, e di questi ultimi soltanto 96 appartenevano alla versione davvero valida. La Germania aveva occupato la Cecoslovacchia sei mesi prima e con essa aveva ereditato la Škoda e la ČKD, due delle migliori industrie di armamenti d’Europa: buona parte della forza corazzata con cui si aprì la guerra usciva da quel bottino. Il Panzer 35(t) era una macchina raffinata, con soluzioni che i carri tedeschi coevi non avevano, e finì immobilizzata nella neve russa non perché il nemico l’avesse battuta, ma perché nessuno fabbricava più i pezzi per ripararla.
Un carro per un paese circondato
La Cecoslovacchia degli anni trenta aveva un problema di geografia. Confinava con la Polonia e con l’Ungheria, con le quali aveva dispute territoriali aperte, e soprattutto con una Germania che dal 1933 aveva smesso di nascondere le proprie intenzioni. Un paese in quella posizione ha due scelte, allearsi bene o armarsi bene, e la Cecoslovacchia poteva permettersi la seconda perché possedeva le officine giuste.
Alla fine del 1934 l’esercito chiese un carro leggero da cavalleria e le due grandi ditte nazionali presentarono ciascuna un prototipo. La ČKD propose il P-II-a, otto tonnellate e mezzo e sedici millimetri di corazza. La Škoda propose l’S-II-a, dieci tonnellate e mezzo e venticinque millimetri. I militari scelsero lo Škoda, ma la motivazione conta più della scelta: giudicarono che il progetto della ČKD fosse già arrivato al limite del proprio sviluppo, mentre quello della Škoda aveva margine per crescere. È esattamente il criterio che tre anni dopo, in Germania, avrebbe fatto sopravvivere il Panzer IV al Panzer III: quando si compra un carro non si compra quello che è, si compra quello che potrà diventare.
Il primo ordine, 160 esemplari, arrivò il 30 ottobre 1935, seguito da altri due che portarono il totale per l’esercito cecoslovacco a 298. Škoda e ČKD si divisero la produzione a metà esatta, in base a un accordo di cartello che le due ditte avevano stipulato prima ancora di sapere chi avrebbe vinto il concorso. Le consegne cominciarono nel dicembre 1936, e furono subito laboriose: lo sviluppo era stato affrettato e molti carri dovettero tornare in fabbrica per essere sistemati. Curiosamente i guasti non riguardavano il sofisticato impianto ad aria compressa, che era il sospettato ovvio, ma quello elettrico.
Il carro piacque anche all’estero. La Romania ne ordinò 126 nell’agosto 1936 con la sigla R-2, e l’Afghanistan dieci nel 1940, che non arrivarono mai a Kabul e finirono in Bulgaria. In totale ne furono costruiti 434.
La macchina
Lo scafo era fatto di piastre rivettate su un’ossatura di angolari d’acciaio, la tecnica dell’epoca, con venticinque millimetri di corazza sul davanti, sedici sui fianchi e otto sul cielo e sul fondo. Non era molto, ma nel 1937 era parecchio: i Panzer I e i Panzer II con cui i tedeschi si preparavano alla guerra ne avevano quindici.
La caratteristica che distingueva questo carro da tutti i suoi contemporanei stava però nei comandi. Cambio, freni e sterzo erano servoassistiti ad aria compressa. Su un carro degli anni trenta, dove cambiare marcia era una fatica fisica e sterzare significava frenare un cingolo a forza di muscoli, era una soluzione da automobile di lusso, e il risultato si vedeva sulla distanza: un equipaggio poteva marciare per ore senza arrivare a destinazione esausto. Nessun carro tedesco dell’epoca offriva niente di simile.
Il motore era uno Škoda T11/0, quattro cilindri a benzina di 8,6 litri, raffreddato ad acqua, sistemato dietro insieme al cambio a sei marce. Il carburante stava in due serbatoi separati, quello principale da 124 litri accanto al motore e uno ausiliario da 29 nel vano di combattimento, per un’autonomia di circa 190 chilometri su strada. Le sospensioni derivavano dal Vickers 6-Ton britannico, che negli anni trenta mezzo mondo aveva comprato o copiato: otto piccole ruote per lato accoppiate su quattro carrelli, ciascuna coppia sospesa da una balestra. Sotto la ruota di rinvio ce n’era una in più, non molleggiata, che non toccava terra in marcia normale ma entrava in gioco quando il carro affrontava un ostacolo, dandogli un appoggio in più per scavalcarlo.
Poi c’era la paratia dietro l’equipaggio, che è il dettaglio che spiega meglio di ogni altro come fosse vivere dentro questo carro. Separava il vano di combattimento da quello motore, ma era forata da aperture coperte da reti, così che il motore aspirasse l’aria attraverso l’abitacolo, prendendola dal portello del capocarro. La soluzione aveva un vantaggio notevole: dopo ogni colpo i gas dello sparo venivano risucchiati via in pochi istanti, e l’equipaggio non doveva respirarli. Aveva anche tre svantaggi, e crescevano tutti col freddo. La corrente d’aria era continua e in inverno l’abitacolo diventava una galleria del vento; un principio d’incendio nel vano motore aveva una strada aperta verso gli uomini; e il rumore e il calore del motore arrivavano all’equipaggio per tutta la marcia.
Il pezzo era un 3,7 cm Škoda A3 vz. 34 L/40, che i tedeschi ribattezzarono KwK 34(t), riconoscibile per il cilindro di rinculo montato sopra la canna e per il piccolo freno di bocca. Perforava circa 37 millimetri a cento metri, su piastra inclinata a trenta gradi, il che nel 1939 bastava per qualunque carro polacco o francese e lo metteva alla pari con i cannoni tedeschi dello stesso calibro. Il carro aveva anche due mitragliatrici da 7,92 mm, una in torretta e una nello scafo, e sul retro una rastrelliera con cinque candelotti fumogeni che il capocarro poteva sganciare tirando un filo, per coprirsi mentre ripiegava.
Il difetto vero era in torretta, e non era un difetto di costruzione ma di organizzazione. Il progetto cecoslovacco prevedeva tre uomini: pilota e marconista nello scafo, e il capocarro da solo sopra. Questo significava che il comandante doveva cercare il bersaglio, caricare il pezzo, puntarlo, sparare, osservare il tiro e nel frattempo comandare il carro e dire al pilota dove andare. Sono almeno tre compiti diversi, e chi li fa tutti insieme non ne fa bene nessuno. I tedeschi lo capirono subito e ci infilarono un quarto uomo a destra del pezzo, il servente, rinunciando a un po’ di munizioni: i colpi da 37 mm scesero da 78 a 72 e quelli per le mitragliatrici da 2.700 a 1.800, perché lo spazio andava preso da qualche parte. Sostituirono anche le tre lampadine colorate con cui il capocarro segnalava al pilota destra, sinistra e dritto, mettendo al loro posto un interfono. A parte questo, e a parte un faro Notek per la marcia oscurata e un’antenna a stilo, lasciarono il carro com’era. Non c’era molto da correggere.
Il carro più numeroso della Panzerwaffe
Nel marzo 1939, occupata quel che restava della Cecoslovacchia, i tedeschi presero 244 LT vz. 35 e li ribattezzarono Panzer 35(t), dove la t sta per tschechisch, cioè ceco, secondo la convenzione che applicavano a tutto il materiale straniero. Nel giugno 1939 il 65° battaglione carri, a Sennelager, ne ricevette 64; il mese dopo l’11° reggimento carri, a Paderborn, ne ebbe 122.
Vale la pena fermarsi un momento su che cosa significasse quel numero. Alla vigilia della guerra la Panzerwaffe era fatta in maggioranza di Panzer I armati di sole mitragliatrici e di Panzer II con un cannoncino da 20 mm, cioè di carri da addestramento mandati in guerra per mancanza di meglio. Il Panzer III, che era il carro da combattimento vero, esisteva in 148 esemplari e per lo più in versioni ancora acerbe, con una trasmissione che dava problemi seri. Il Panzer 35(t) aveva più corazza delle prime versioni del Panzer III, un cannone equivalente, un’autonomia migliore ed era meccanicamente più affidabile. Insieme al Panzer 38(t), che sarebbe arrivato di lì a poco, è il contributo che l’industria cecoslovacca diede alla Blitzkrieg, e non fu un contributo marginale.

Polonia, 1939
L’11° reggimento e il 65° battaglione andarono in Polonia inquadrati nella 1ª Divisione leggera, una formazione sperimentale più piccola di una divisione corazzata, con il compito di avanzare su Varsavia. Nei primi giorni la resistenza polacca, colta di sorpresa e disarticolata, fu debole. Il 12 settembre i Panzer 35(t) ebbero una parte importante nell’accerchiamento delle forze polacche presso Radom, e lo stesso giorno ne persero due nel tentativo di scacciare i difensori dal villaggio di Studzianki.
L’episodio più noto è del 18 settembre, nella foresta di Kampinos a est di Varsavia, dove reparti della divisione finirono in un’imboscata e persero due o tre carri. A tenderla furono delle tankette polacche TKS armate di cannoncino da 20 mm, e secondo alcune versioni una sola, quella del sottotenente Roman Orlik. Un cannoncino da 20 mm contro la prua di un Panzer 35(t) non poteva niente, e i venticinque millimetri frontali tennero bene anche contro i fucili controcarro; ma sedici millimetri di fianco sono un’altra cosa, e una tankette appostata in un bosco spara al fianco.
Il vero avversario del carro in Polonia furono però i cannoni controcarro da 37 mm, di cui l’esercito polacco era ben fornito e che perforavano il Panzer 35(t) anche frontalmente. E nonostante questo, i tedeschi si accorsero che la maggior parte dei mezzi persi non era stata colpita da nessuno: si erano rotti. È un ritornello che tornerà per tutta la vita di questo carro. Dai reparti arrivò anche una richiesta rivelatrice, cioè che ai cannoni degli Škoda venissero forniti spolette adatte a battere la fanteria: nessuno, evidentemente, aveva pensato che un carro dovesse sparare anche contro gli uomini. Al Panzer III, all’inizio, il problema non si poneva perché non gli avevano proprio dato munizioni esplosive, confidando nelle sue tre mitragliatrici. Anche quella convinzione durò poco.
Francia, 1940
L’esperimento delle divisioni leggere non convinse, e nell’ottobre 1939 la 1ª fu trasformata nella 6ª Panzerdivision. Ci arrivò in Francia con 118 Panzer 35(t), rinforzati da una sessantina di Panzer II e da trentuno Panzer IV, e le toccò la parte più prestigiosa del piano: sfondare attraverso le Ardenne, poi correre verso la Manica per tagliare fuori gli eserciti alleati rimasti in Belgio e nei Paesi Bassi.
Fu la campagna in cui il carro diede il meglio, e non tanto nei combattimenti quanto nelle marce. Il 16 maggio lo stato maggiore dell’11° reggimento finì sotto il tiro dell’artiglieria francese presso Brunehamel e ci lasciò un carro; il giorno dopo, vicino a Guise, i Panzer 35(t) distrussero due carri francesi in una scaramuccia breve. Il 4 giugno l’intera divisione si fermò dopo aver percorso 130 chilometri da Arras a Harcy, per far riposare gli uomini e revisionare i mezzi. Sono i numeri che contano davvero in quella campagna: la Francia non fu persa in duelli fra carri ma in marce come quella, e un carro leggero da guidare che non sfiancava il pilota era esattamente lo strumento adatto.
Ci fu anche una circostanza in cui il quarto uomo che i tedeschi avevano aggiunto in torretta si fece sentire. Molti carri francesi, compresi quelli buoni, avevano ancora il capocarro che caricava, puntava e sparava da solo, come l’LT vz. 35 di origine. In uno scontro, chi ha un uomo che pensa soltanto a comandare vede prima, decide prima e spara prima.
Russia, 1941
Dopo la Francia i tedeschi consideravano il Panzer 35(t) superato e avevano già spostato le loro attenzioni sul Panzer 38(t), che era migliore e soprattutto era ancora in produzione. Ma i Panzer III e IV non uscivano dalle fabbriche in numero sufficiente, e così il carro ceco andò in Russia lo stesso. La 6ª Panzerdivision passò il confine il 22 giugno 1941 con circa 150 mezzi, diretta verso Leningrado.
Il 25 giugno, dopo tre giorni, incontrò i KV-1 e i KV-2 sovietici. Contro quaranta e più tonnellate di carro pesante il 3,7 cm non aveva nulla da dire: i colpi arrivavano e rimbalzavano. Non era un difetto del Panzer 35(t) in particolare, perché lo stesso valeva per quasi tutti i carri tedeschi di quell’estate, ma segnava la fine del suo mestiere. Contro i carri leggeri e medi se la cavava ancora: il 15 luglio, presso Jurki, elementi della divisione ne affrontarono una ventina e ne distrussero otto danneggiandone altri quattro, perdendo un solo Panzer 35(t), centrato da due colpi da 76,2 mm sparati probabilmente da un T-34.
Il resto fu una lunga consunzione. La produzione era finita nel 1940 e nessuno costruiva più ricambi, quindi un carro rotto si riparava soltanto smontandone un altro. Al 10 settembre la divisione ne aveva 102 efficienti; alla fine di ottobre trentaquattro, con altri quarantuno in attesa di riparazione. Il rapporto che il comandante della divisione scrisse il 31 ottobre 1941 vale una scheda intera. Ogni carro aveva percorso in media 12.500 chilometri. Di quei quarantuno mezzi da riparare se ne potevano recuperare al massimo dieci, e solo cannibalizzando gli altri. Tutti i componenti erano consumati. Restavano forse buoni gli scafi.
Il 30 novembre 1941 la 6ª Panzerdivision dichiarò che non aveva più un solo Panzer 35(t) in condizioni di funzionare. Nell’aprile 1942 la divisione fu ritirata dal fronte e riequipaggiata con carri tedeschi. C’è una nota quasi comica in coda a questa storia: il censimento ufficiale del materiale dell’esercito, datato febbraio 1942, elencava ancora 201 Panzer 35(t) disponibili. Sulla carta.
Le altre vite
Per i romeni il carro contò molto di più che per i tedeschi, perché era quasi tutto quello che avevano. Gli R-2 del 1° reggimento corazzato andarono in Russia nel 1941 e si fermarono dopo Odessa; a inizio 1942 quaranta tornarono a Pilsen per la revisione e cinquanta furono rimessi in sesto a Ploiești. La divisione rientrò in linea il 29 agosto 1942 con 109 R-2 e si trovò, tre mesi dopo, sull’orlo esterno della sacca di Stalingrado. Riuscì a rompere l’accerchiamento e a uscirne, ma ci lasciò 77 carri, e solo un terzo circa fu distrutto dai sovietici: gli altri furono abbandonati o si ruppero e non si poterono recuperare. Nel 1943 i romeni presero ventuno R-2, ne tolsero la torretta e ci montarono sopra un pezzo sovietico da 76,2 mm catturato, ottenendo il cacciacarri TACAM R-2. Nell’estate del 1944, cambiato fronte, lo usarono contro i tedeschi.
Gli slovacchi ne avevano ereditati 52 nel marzo 1939, e la loro storia è la più singolare di tutte. Mandati in Russia insieme ai tedeschi, i loro carri cominciarono a rompersi con una frequenza sospetta: gli equipaggi li sabotavano di proposito, convinti che quei mezzi sarebbero serviti prima o poi per rovesciare il regime in patria e che era da stupidi consumarli contro i sovietici. Ufficiali e meccanici guardavano da un’altra parte. Al 1° gennaio 1942 l’esercito slovacco aveva 49 LT vz. 35 e ne funzionavano sette. Nell’agosto 1944, quando la rivolta scoppiò davvero, almeno otto vennero impiegati dagli insorti, alcuni caricati interi su pianali ferroviari e circondati di lamiere a formare treni blindati. Uno di quei treni, con il suo carro dentro, è conservato ancora oggi a Banská Bystrica.
I bulgari ne ricevettero 26 dai tedeschi nel 1940, usati e da revisionare, più i dieci esemplari destinati all’Afghanistan, che avevano un cannone migliore e presero la sigla T-11. Nel 1944 la Bulgaria cambiò fronte e i suoi carri cechi si trovarono a combattere contro i tedeschi in Jugoslavia. Alcuni restarono in servizio, per l’addestramento, fino agli anni cinquanta.
Quanto ai tedeschi, nel marzo 1942 fecero l’unica cosa sensata che restava da fare: presero una quarantina di scafi superstiti, tolsero la torretta, misero al suo posto un telaio coperto di tela e un gancio da traino buono per dodici tonnellate, e li mandarono a rimorchiare artiglierie. Le torrette, con il loro 3,7 cm, finirono cementate nei bunker delle fortificazioni costiere, che è il destino consueto delle torrette dei carri superati.
Valutazione
Il Panzer 35(t) era un buon carro prebellico: equilibrato, ben protetto per gli standard del 1937, armato adeguatamente e più comodo e affidabile di quasi tutti i suoi contemporanei. Alla Germania arrivò gratis e nel momento in cui serviva, e per due campagne fece esattamente quello che le serviva.
Morì di tre cose. Il cannone da 37 mm, che nel 1941 non bastava più. Il freddo, che gelava l’impianto ad aria compressa e trasformava la sua caratteristica migliore nel motivo per cui restava fermo. E soprattutto i pezzi di ricambio, che dopo il 1940 non li fabbricava più nessuno.
L’ultimo punto è quello che merita una riflessione, perché il confronto è a portata di mano. Il Panzer 38(t) nacque nella stessa città, dalla ditta concorrente, e fu un carro non migliore di questo: stessa corazza rivettata, stesso calibro, stessa taglia. Ma la sua linea di produzione ai tedeschi serviva e la tennero accesa fino al 1942, e su quel telaio, per il resto della guerra, costruirono cacciacarri, semoventi e mezzi da ricognizione, oltre seimila veicoli in tutto. Il Panzer 35(t) uscì di produzione nel 1940 e da quel giorno cominciò a morire, un pezzo per volta. Non è una questione di ingegneria: due carri quasi identici hanno avuto destini opposti per una decisione presa in un ufficio.
Ne restano oggi due in versione tedesca, uno al Museo militare di Belgrado e uno al museo tecnico dell’esercito ceco a Lešany, quest’ultimo catturato dagli americani, portato ad Aberdeen per essere studiato e tornato in patria settant’anni dopo. Altri esemplari sopravvivono nelle versioni romena e bulgara.
Principali Varianti del Panzer 35(t):
- LT vz. 35: la versione originale cecoslovacca, con equipaggio di tre uomini, 78 colpi da 37 mm e 2.700 per le mitragliatrici. 298 esemplari per l’esercito cecoslovacco, 52 dei quali finirono agli slovacchi nel marzo 1939.
- Panzerbefehlswagen 35(t): versione di comando, con apparati radio supplementari e una vistosa antenna a telaio sopra il vano motore. Per far posto alla radio venne tolta la mitragliatrice di scafo e il foro fu chiuso con una piastra circolare.
- Mörserzugmittel 35(t), detto anche Artillerie-Schlepper 35(t): trattore d’artiglieria ricavato dai superstiti nel 1942, senza torretta, con un telaio coperto di tela al suo posto e un gancio da dodici tonnellate. 49 conversioni fra il 1942 e il 1943.
- R-2: la versione romena, 126 esemplari ordinati nel 1936, cui si aggiunsero 26 Panzer 35(t) ceduti dai tedeschi nel 1942. È il carro con cui la 1ª divisione corazzata romena combatté in Russia e a Stalingrado.
- R-2c: variante romena con corazza cementata, da cui la lettera c, e parte posteriore di scafo e torretta ridisegnata.
- TACAM R-2: cacciacarri romeno del 1943, ottenuto togliendo la torretta e montando in una casamatta aperta un pezzo sovietico da 76,2 mm catturato. 21 conversioni, impiegate anche contro i tedeschi dopo il voltafaccia romeno dell’agosto 1944.
- T-11: i dieci esemplari ordinati dall’Afghanistan nel 1940 e dirottati alla Bulgaria, con il cannone Škoda A7 a canna più lunga, lo stesso del Panzer 38(t).
- Torrette da fortificazione: le torrette dei carri radiati, cementate in postazioni fisse in Danimarca e sul fronte occidentale, in genere con il pezzo originale e in qualche caso con una mitragliatrice al suo posto.
Informazioni aggiuntive
- Nome e tipo: Panzerkampfwagen 35(t)
- Anno: 1939
- Produzione: 434
- Motore:
Škoda T11/0, 4 cilindri a benzina raffreddato ad acqua
- Potenza motore (hp): 118
- Lunghezza m.: 4,90
- Larghezza m.: 2,06
- Altezza m.: 2,37
- Peso t.: 10,5
- Velocità su strada Km/h: 34
- Autonomia Km.: 190
- Armamento:
1 cannone da 3,7 cm KwK 34(t) L/40 con 72 colpi; 2 mitragliatrici MG 37(t) da 7,92 mm con 1.800 colpi
- Corazzatura max mm.: 25
- Equipaggio: 4
- Bibliografia – Riferimenti:
- Bruno Benvenuti, Fulvio Miglia: Guida ai carri armati ISBN 8804177799
- Miller, David. Illustrated Directory of Tanks and Fighting Vehicles: From World War I to the Present Day. Zenith Press. ISBN 0-7603-0892-6
- Wikipedia
- Tank Encyclopedia
- History of War
