L’Elefant, che per i primi mesi della sua vita si chiamò Ferdinand, fu il cacciacarri più pesante impiegato dalla Wehrmacht e il più discusso. Nacque per non buttare via una novantina di scafi costruiti per un carro che non era stato scelto, portava il cannone controcarro più potente in servizio e duecento millimetri di corazza sul davanti, e nella sua prima battaglia perse più mezzi per le mine che per il fuoco nemico. Ne furono costruiti 90, secondo alcune fonti 91, e ne sopravvivono due.
Gli scafi inutilizzati
Nel 1942 il progetto del carro pesante tedesco era stato messo a concorso fra due ditte, la Henschel e la Porsche. Vinse la Henschel, e il suo mezzo entrò in servizio come Tiger I. Il problema era che Ferdinand Porsche, confidando nella vittoria, aveva già avviato la costruzione degli scafi: un centinaio di telai VK 45.01 (P) erano in lavorazione o pronti, e non servivano più a niente. Meno di dieci vennero completati come carri, e uno di questi finì impiegato come mezzo di comando nel 1944.
Buttare via un centinaio di scafi corazzati nel 1942 non era un’opzione, e la soluzione fu quella che i tedeschi adottarono più volte con i telai in eccedenza: togliere la torretta, costruirci sopra una casamatta fissa e infilarci dentro il cannone più grosso disponibile. Il progetto fu approvato il 22 settembre 1942. I primi quindici scafi furono pronti nel gennaio 1943, l’assemblaggio finale cominciò al Nibelungenwerk di Sankt Valentin, in Austria, il 16 febbraio 1943, e la produzione si chiuse in maggio. Novanta mezzi, più due prototipi, costruiti in poco più di tre mesi perché il calendario era dettato da Kursk.

La trasmissione elettrica
La caratteristica che distingueva questo mezzo da tutti gli altri veicoli corazzati tedeschi non era il cannone né la corazza, ma il modo in cui la potenza arrivava ai cingoli. I due motori a benzina non erano collegati meccanicamente alle ruote motrici: azionavano due generatori Siemens, che producevano corrente elettrica per due motori elettrici, anch’essi Siemens, collegati alle ruote motrici posteriori.
La logica di una soluzione simile va spiegata, perché non è un capriccio da ingegneri. In un veicolo cingolato la coppia che serve alle ruote motrici cambia enormemente fra la marcia su strada e lo strappo per uscire da una buca, e a collegare le due cose ci pensa il cambio, che è un organo meccanico con un numero finito di rapporti. Su un mezzo da sessantacinque tonnellate un cambio del genere diventa enorme, la frizione fatica e il pilota deve sempre azzeccare il rapporto giusto. Una trasmissione elettrica risolve il problema alla radice: un motore elettrico eroga la coppia massima anche da fermo e la modula in modo continuo, senza rapporti e senza frizione, e il pilota governa la marcia con un reostato invece che con una leva.
Il prezzo era altrettanto concreto. Generatori e motori elettrici pesavano, e su un mezzo già pesante quel peso si sommava a tutto il resto. I consumi erano enormi: i 950 litri di carburante bastavano per circa 150 chilometri su strada buona e meno di cento fuori strada, con una velocità massima di 30 chilometri orari che scendeva a dieci o meno in campagna. E soprattutto era un impianto che un’officina di reparto non sapeva riparare: un guasto elettrico non si aggiusta con le chiavi e il filo di ferro, e i mezzi che si fermavano restavano fermi. Lo stesso impianto, sperimentato sul carro Porsche, aveva già dato prova di consumi eccessivi e guasti in prova, ed era una delle ragioni per cui la Henschel aveva vinto il concorso.
La macchina
La corazza frontale era la ragione d’essere del mezzo. Sulla piastra anteriore dello scafo, già di 100 millimetri, ne fu imbullonata una seconda dello stesso spessore, per un totale di 200 millimetri inclinati di una trentina di gradi; la fronte della casamatta era anch’essa di 200 millimetri, praticamente verticale, perché a quello spessore l’inclinazione diventa un lusso che si può non pagare. I fianchi dello scafo erano di 60 millimetri e quelli della casamatta di 80. Gli spessori esatti e gli angoli variano da fonte a fonte, ma l’ordine di grandezza è questo, ed era una protezione che nel 1943 nessun cannone controcarro sovietico o alleato perforava frontalmente alle distanze normali.
Il peso era di circa 65 tonnellate, indicato da alcune fonti in 64,37 senza equipaggio e munizioni e da altre in circa 70 con la corazza aggiuntiva. Il mezzo era lungo 8,14 metri, largo 3,38 e alto 2,97, con cingoli da 600 millimetri e mezzo metro di luce libera da terra. Superava una trincea larga 2,6 metri, il che sulla carta è un buon risultato, ma la mobilità reale era modesta e il terreno molle rappresentava un problema serio.
L’equipaggio era di sei uomini divisi in due compartimenti che non comunicavano fisicamente. Davanti, sotto la casamatta, stavano il pilota e il marconista; dietro, nel vano di combattimento, il capocarro, il puntatore e due serventi, perché i colpi da 88 mm nella versione lunga erano pesanti e caricarli in due era l’unico modo per tenere una cadenza decente. Fra i due gruppi c’era soltanto l’interfono, con cuffie e laringofono. Vivere là dentro non era comodo: la visibilità era scarsa e piena di angoli morti, il calore nella casamatta diventava difficile da sopportare, l’impianto elettrico disturbava la radio e il raffreddamento si dimostrò insufficiente, tanto che gli incendi al vano motore furono una causa di perdita ricorrente.
Il cannone
L’arma era l’8,8 cm Pak 43/2 L/71, la versione per casamatta dello stesso pezzo che equipaggiava lo Jagdpanther. Il brandeggio complessivo era di trenta gradi, quindici per parte, e l’alzo andava indicativamente da meno cinque a più quattordici gradi, anche qui con differenze fra le fonti.
La dotazione di munizioni è uno dei dati su cui la documentazione è più incerta: quaranta colpi secondo la maggior parte delle fonti, portati spesso a cinquanta dagli equipaggi che ne stivavano qualcuno in più, con qualche fonte che arriva a parlare di novanta. La perforante ordinaria, la Pzgr. 39/43, perforava circa 182 millimetri di acciaio inclinato a trenta gradi a cinquecento metri di distanza. Quella a nucleo di tungsteno arrivava a 226 millimetri, ma il tungsteno scarseggiava e questi colpi si vedevano di rado. C’era anche una granata a carica cava, che perforava circa novanta millimetri indipendentemente dalla distanza, utile contro fortificazioni più che contro carri.
Sono numeri che a metà 1943 mettevano l’Elefant in condizione di distruggere qualunque carro sovietico ben prima di essere raggiunto: la distanza utile arrivava oltre i tremila metri, e a quella distanza un T-34 non aveva nulla da opporre. Il mezzo fu progettato esattamente per questo, per stare dietro alla linea di contatto e battere i carri avversari da lontano.
La copertura anteriore
Il Ferdinand di prima serie non aveva mitragliatrice di scafo. Aveva quattro feritoie per pistola, due sui fianchi e due sul retro, e nessuna sul davanti; a bordo c’erano una MG 34 con 600 colpi, da usare smontata, e due pistole mitragliatrici. Contro un mezzo del genere la fanteria che riesce ad arrivare sotto la corazza ha campo libero, e i tedeschi lo sapevano prima ancora di mandarlo in linea.
Su quanto questo pesò davvero le fonti si dividono, e vale la pena riportarle entrambe. Wikipedia sostiene che a Kursk il problema si rivelò meno grave del previsto, perché il volume di fuoco del pezzo e il rumore del mezzo scoraggiavano l’assalto ravvicinato. Tank Encyclopedia lo considera invece una carenza seria e riferisce che gli equipaggi ricorsero all’espediente di sparare con la MG 34 infilata dentro la canna del cannone, oltre a farsi scortare da Panzer III o a trasportare fanteria su una piattaforma posteriore, due soluzioni che nessuno giudicò soddisfacenti.
Kursk
Tutti i mezzi disponibili furono riuniti nel 656° reggimento cacciacarri pesanti, su due battaglioni: il 653° con 45 veicoli e il 654° con 44, ciascuno organizzato su tre compagnie da quattordici mezzi più tre di comando. Nel luglio 1943 andarono in linea sul fronte settentrionale del saliente di Kursk, il 653° a sostegno dell’86ª e della 292ª divisione di fanteria, il 654° con la 78ª, con l’obiettivo di sfondare verso Malo-Archangelsk e Olchovatka.
Il terreno davanti a loro era stato preparato dai sovietici per mesi, ed è questo il dato che spiega il resto. Il 5 luglio, primo giorno, il 653° dichiarò ventisei T-34 distrutti e perse trentatré mezzi sulle mine. Quasi tutti erano riparabili, ma un veicolo da sessantacinque tonnellate immobilizzato in un campo minato battuto dall’artiglieria è quasi impossibile da recuperare: per rimorchiarne uno servivano più trattori, che dovevano entrare nello stesso campo minato sotto lo stesso tiro. Il 654° perse nella stessa giornata dieci Borgward, i piccoli mezzi telecomandati che dovevano aprire i varchi.
All’11 luglio le perdite definitive erano diciannove, quattro delle quali per incendio del motore e non per azione nemica, e una quarantina di mezzi erano temporaneamente fuori uso, metà dei quali rimessi in efficienza entro quella data. Fra il 14 e il 17 luglio, passati alla difensiva, sessanta Elefant erano ancora in linea, trentaquattro del 653° e ventisei del 654°. In quei giorni il tenente Heinrich Teriete dichiarò ventidue carri sovietici distrutti in un solo scontro, e ne ebbe la Croce di Cavaliere; i reparti contribuirono alla difesa della 36ª divisione di fanteria motorizzata accerchiata, contro forze che i tedeschi valutarono in quasi quattrocento carri della 3ª armata corazzata sovietica.
A fine luglio la situazione era questa: il 653° aveva dodici mezzi efficienti, diciassette in riparazione e sedici perduti definitivamente; il 654° ne aveva tredici efficienti, sei in riparazione e ventisei perduti. Il comandante del reggimento scrisse che in poco tempo l’unità non sarebbe più stata in grado di combattere.
Le rivendicazioni tedesche sono alte e vanno prese per quello che sono. Un rapporto del 7 agosto 1943 attribuisce al reggimento 502 carri distrutti, 320 dei quali al solo 653°; un rapporto successivo di novembre sale a 582 carri, oltre a un numero elevato di cannoni controcarro e pezzi d’artiglieria. Tank Encyclopedia avverte esplicitamente che non è chiaro se questi numeri corrispondano alla realtà o siano cifre di propaganda, e non esiste al momento un riscontro incrociato con le perdite dichiarate dalla parte sovietica.
Dopo Kursk
Fra settembre e novembre 1943 il 654° fu mandato a Orleans per essere riequipaggiato e cedette i suoi mezzi superstiti al 653°, che restava l’unico reparto a impiegarli. Dei cinquantaquattro veicoli sopravvissuti quattro risultarono irrecuperabili, e a metà settembre quelli pronti al combattimento erano fra dieci e quindici. In novembre il battaglione combatté a Nikopol, dove dichiarò cinquantaquattro carri distrutti, e in quello stesso periodo il sottufficiale Franz Kretschmer ne rivendicò ventuno con il proprio mezzo nella zona di Kochasovka. Alla fine del mese i veicoli pienamente efficienti erano quattro.
Il 10 dicembre 1943 arrivò l’ordine di ritirare il battaglione a Sankt Pölten. Il movimento cominciò il 16 dicembre e si concluse soltanto il 10 gennaio 1944, perché la pressione sovietica non consentiva di staccare i reparti dalla linea.
Da Ferdinand a Elefant
Fra gennaio e aprile 1944 quarantotto mezzi superstiti tornarono al Nibelungenwerk per essere rimessi a punto, e le modifiche rispondevano punto per punto a quello che i reparti avevano segnalato. Comparve finalmente una mitragliatrice MG 34 su affusto sferico nella piastra frontale. Il capocarro ebbe una cupola girevole ripresa da quella dello Sturmgeschütz III, che risolveva in parte il problema della visibilità. Furono montate nuove griglie corazzate sul vano motore e applicato lo Zimmerit, la pasta antimagnetica. I primi undici mezzi tornarono al 653° in febbraio, i restanti trentasette in aprile.
Il cambio di nome avvenne nello stesso periodo ma per ragioni sue, e la datazione è incerta. Secondo Tank Encyclopedia fu Hitler a battezzare il mezzo Elefant alla fine di novembre 1943, con adozione ufficiale nel febbraio 1944 e applicazione da maggio; Wikipedia riporta invece un ordine dell’Oberkommando des Heeres del 1° maggio 1944. Su un punto le fonti concordano: per i tedeschi Ferdinand ed Elefant erano lo stesso veicolo e non due varianti, e il nome nuovo si applicò anche ai mezzi non modificati.

Italia e ultimi impieghi
Una parte dei mezzi ricostruiti fu mandata in Italia, dove il limite non fu il nemico ma la geografia. Un veicolo da sessantacinque tonnellate in un paese di strade strette, valli e ponti dimensionati per ben altri carichi si muove poco e per vie obbligate, e le vie obbligate sono anche quelle che l’avversario sorveglia. I mezzi impiegati sul fronte di Anzio portavano una mimetica in giallo scuro e verde e, dopo il 13 giugno 1944, una lettera U in caratteri gotici il cui significato non è stato chiarito.
Gli ultimi esemplari tornarono sul fronte orientale e furono consumati nei combattimenti del 1944 e del 1945, dall’offensiva sovietica fra la Vistola e l’Oder fino alle ultime settimane attorno a Berlino.
Valutazione
I due fatti che meglio riassumono la vicenda di questo mezzo stanno nella stessa battaglia. A Kursk la corazza frontale dell’Elefant non fu praticamente mai perforata, e il cannone permise di distruggere carri sovietici a distanze alle quali nessuno poteva rispondere. Nella stessa battaglia, il primo giorno, un solo battaglione perse trentatré mezzi su quarantacinque senza che il nemico dovesse colpirli con un cannone, e la maggior parte delle perdite definitive dell’estate 1943 furono causate da mine, guasti meccanici e incendi.
C’è poi una questione di quantità che va tenuta presente leggendo qualsiasi cifra su questo veicolo: novanta esemplari sono un numero che non incide su una guerra, e la loro concentrazione in un unico reggimento significò che una singola giornata sbagliata su un campo minato bastò a compromettere l’intera categoria di mezzi.
Esemplari superstiti
Ne restano due. Uno è al museo dei mezzi corazzati di Kubinka, in Russia, catturato dai sovietici a Kursk. L’altro è l’Elefant numero 102, preso dagli americani ad Anzio, restaurato fra il 2007 e il 2008 e conservato a Fort Lee, in Virginia; fra il 2017 e il 2019 è stato prestato al museo dei carri di Bovington, in Inghilterra, dove i due mezzi superstiti si sono trovati per la prima volta a poca distanza l’uno dall’altro dopo settant’anni.
Principali Varianti dell’Elefant:
- Panzerjäger Tiger (P) Ferdinand (Sd.Kfz. 184): la configurazione originale del 1943, priva di mitragliatrice di scafo e di cupola per il capocarro, con le sole quattro feritoie per pistola sui fianchi e sul retro. Novanta esemplari costruiti al Nibelungenwerk fra febbraio e maggio 1943, più due prototipi.
- Elefant: i quarantotto mezzi ricostruiti fra gennaio e aprile 1944, con mitragliatrice MG 34 su affusto sferico nella piastra frontale, cupola girevole del capocarro ripresa dallo Sturmgeschütz III, nuove griglie corazzate sul vano motore, schermo del cannone ridisegnato per essere sostituito più facilmente e rivestimento in Zimmerit. Per i tedeschi non era una variante ma lo stesso mezzo con un nome nuovo, applicato anche agli esemplari non modificati.
- Esemplari del fronte italiano: i mezzi inviati ad Anzio, riconoscibili per la mimetica in giallo scuro e verde e, dopo il 13 giugno 1944, per la lettera U in caratteri gotici, di significato non chiarito, e in alcuni casi per un numero di tre cifre in bianco.
- VK 45.01 (P): il carro Porsche da cui derivano tutti gli scafi, costruito in meno di dieci esemplari completi. Uno di essi fu impiegato come mezzo di comando nel 1944.
Informazioni aggiuntive
- Nome e tipo: Panzerjäger Tiger (P) Elefant (Sd.Kfz. 184)
- Anno: 1943
- Produzione: 90
- Motore:
2 Maybach HL 120 TRM, 12 cilindri a V a benzina, con trasmissione elettrica Siemens
- Potenza motore (hp): 530
- Lunghezza m.: 8,14
- Larghezza m.: 3,38
- Altezza m.: 2,97
- Peso t.: 65
- Velocità su strada Km/h: 30
- Autonomia Km.: 150
- Armamento:
1 cannone da 8,8 cm Pak 43/2 L/71 con 40-50 colpi; 1 mitragliatrice MG 34 da 7,92 mm con 600 colpi (dalla ricostruzione del 1944)
- Corazzatura max mm.: 200
- Equipaggio: 6
- Bibliografia – Riferimenti:
- Bruno Benvenuti, Fulvio Miglia: Guida ai carri armati ISBN 8804177799
- Miller, David. Illustrated Directory of Tanks and Fighting Vehicles: From World War I to the Present Day. Zenith Press. ISBN 0-7603-0892-6
- Wikipedia
- Tank Encyclopedia
