Jagdpanther

di redazione
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Lo Jagdpanther nacque da un’idea semplice: prendere il cannone controcarro più potente che la Germania producesse in serie, l’88 con canna da 71 calibri, e metterlo su uno scafo abbastanza robusto da reggerlo e abbastanza veloce da spostarlo. Lo scafo fu quello del Panther, la produzione cominciò nel gennaio 1944 e si fermò nel marzo 1945 dopo poco più di quattrocento esemplari.

Un 88 in cerca di uno scafo

La Krupp lavorava fin dal 1941 a un mezzo che portasse in campo il cannone da 88 mm nella sua versione a canna lunga, e nel gennaio 1942 propose di montarlo sullo scafo del Panzer IV. La proposta non passò, e la ragione era di aritmetica: un pezzo di quella lunghezza e di quel peso, con il rinculo che si porta dietro, chiede uno scafo largo e pesante, e il Panzer IV non lo era abbastanza. Il 3 agosto 1942 l’Heereswaffenamt decise che la base sarebbe stata il Panther, che allora era ancora sulla carta.

Conviene chiarire di quale 88 si stia parlando, perché il nome trae in inganno. Il pezzo celebre dei primi anni di guerra, quello che in Africa e in Russia si guadagnò la fama di distruttore di carri, era il cannone contraerei Flak 18 e 36, con canna da 56 calibri, usato in tiro teso per necessità e non per progetto. Il Pak 43 era invece un’arma nuova, disegnata fin dall’inizio come cannone controcarro, con canna più lunga di quindici calibri e una carica di lancio maggiore. A parità di calibro nominale erano due armi diverse, e la seconda perforava sensibilmente di più.

Il progetto passò poi di mano. Nel gennaio 1943 il contratto fu trasferito dalla Krupp alla Daimler-Benz, e il cambio costò circa cinque mesi. Il disegno definitivo fu approvato fra la primavera e l’estate del 1943, un modello in scala reale venne mostrato a Hitler il 20 ottobre 1943, la produzione di serie fu autorizzata in novembre e il primo mezzo pronto al servizio uscì di fabbrica in dicembre.

Restava il nome. La designazione ufficiale era una di quelle formule burocratiche che descrivevano per intero cannone, calibro e telaio, impronunciabile in un ordine radio e ingombrante in un documento. Il 27 febbraio 1944 Hitler intervenne di persona per accorciarla in Jagdpanther, cacciatore-pantera, sullo stesso modello dello Jagdpanzer IV.

La macchina

Lo scafo era quello del Panther, con lo stesso treno di rotolamento a ruote interlacciate e barre di torsione. Sopra, al posto della torretta e dello scafo superiore, c’era una casamatta che prolungava verso l’alto l’inclinazione della piastra frontale: vista di profilo, la prua e il fianco della sovrastruttura formavano un piano quasi continuo dal fondo al cielo. Non era una scelta estetica, perché ogni spigolo è un punto in cui un proiettile trova una superficie più vicina alla perpendicolare.

La piastra frontale superiore era di 80 millimetri inclinati a 55 gradi, che in termini di spessore efficace valgono circa 138 millimetri di acciaio verticale; quella inferiore 60 millimetri a 60 gradi. Il mantelletto fuso, di forma arrotondata, arrivava a 100 millimetri. I fianchi della casamatta erano 50 millimetri nella parte alta e 40 in quella bassa, il cielo e il fondo fra 16 e 25. Erano numeri che nel 1944 rendevano il frontale dello Jagdpanther praticamente impenetrabile ai cannoni da 75 mm degli Sherman e da 76,2 mm dei T-34 alle distanze normali di combattimento.

Il peso in ordine di combattimento era di 45,5 tonnellate, mosse dal Maybach HL 230 P30, dodici cilindri a V da 700 cavalli, lo stesso del Panther e del Tiger I. La velocità massima su strada era di 46 chilometri orari, un valore alto per un mezzo di quella stazza e la caratteristica che più lo distingueva dagli altri cacciacarri pesanti tedeschi. Sull’autonomia le fonti divergono in modo netto: Tank Encyclopedia indica 160 chilometri, Wikipedia 260 su strada e 130 fuori strada. Anche l’altezza è incerta, fra 2,51 e 2,72 metri a seconda di come viene misurata.

Dal Panther lo Jagdpanther ereditò anche il treno di rotolamento a ruote interlacciate, quella disposizione in cui le ruote portanti si sovrappongono parzialmente le une alle altre su più file. La soluzione distribuisce il peso sul cingolo in modo più uniforme e rende la marcia più dolce, il che su un mezzo di quarantacinque tonnellate conta parecchio, ma ha un prezzo: per sostituire una ruota della fila interna occorre smontare quelle esterne, e il terriccio che si accumula fra le file, se gela durante la notte, blocca il veicolo fino al disgelo. Nel fango dell’Europa orientale gli equipaggi lo impararono presto.

L’equipaggio era di cinque uomini. A differenza dello Jagdpanzer IV, qui il marconista restava a bordo con la sua postazione anteriore e la mitragliatrice MG 34 di scafo: c’era lo spazio per tenerlo, e su un mezzo destinato a operare isolato dai reparti carri la radio contava. Gli altri quattro erano pilota, capocarro, puntatore e servente. In dotazione c’erano anche due pistole mitragliatrici MP 40 e, sui mezzi più tardi, il Nahverteidigungswaffe, un lanciagranate che sparava dal cielo del veicolo per tenere lontana la fanteria nemica salita a ridosso, dove nessuna delle armi di bordo poteva arrivare.

Il cannone

L’arma era l’8,8 cm Pak 43/3 L/71, nelle varianti 43/3 e 43/4, con una dotazione che le fonti indicano fra 57 e 60 colpi fra perforanti PzGr. 39/43 e 40/43 e granate a carica cava. La sigla L/71 dice che la canna era lunga settantuno volte il calibro, quasi sei metri e mezzo, e da quella lunghezza veniva una velocità iniziale superiore ai 1.000 metri al secondo.

Il vantaggio pratico si misura in distanza utile. Con quella velocità la traiettoria resta tesa a lungo, il tempo di volo del proiettile è breve e il puntatore ha bisogno di correzioni minime: significa poter colpire con ragionevole probabilità al primo colpo oltre i tremila metri, cioè da una distanza alla quale i cannoni dei carri avversari non avevano nulla da rispondere. Era lo stesso pezzo che equipaggiava l’Elefant e che sarebbe finito sullo Jagdtiger.

Le munizioni erano di tre tipi principali. La perforante ordinaria era la PzGr. 39/43, un proiettile pieno con calotta balistica e piccola carica esplosiva ritardata, che perforava e poi scoppiava dentro. La PzGr. 40/43 aveva un nucleo di tungsteno, molto più denso dell’acciaio e quindi capace di perforare di più a parità di calibro, ma il tungsteno in Germania era una materia prima scarsa e riservata in gran parte alle punte degli utensili delle macchine industriali: di questi colpi ne arrivava ai reparti una manciata per mezzo, da conservare per le occasioni difficili. La Gr. 39/3 HL era invece una carica cava, efficace contro le corazze ma con una traiettoria più curva e quindi meno precisa a distanza, buona soprattutto contro bersagli fermi e fortificazioni.

Sparare a quelle velocità però consuma. La canna si usura in fretta, e sostituirla in un monoblocco da sei metri e mezzo, in campagna, è un lavoro da officina pesante. Da maggio 1944 la canna venne quindi prodotta in due pezzi, così che i reparti potessero cambiare solo la sezione anteriore, che è quella che si logora per prima. Il brandeggio restava limitato a undici o dodici gradi per parte, a seconda delle fonti, con tutto quello che comporta per un mezzo privo di torretta: fuori da quel settore bisogna girare l’intero veicolo.

La produzione

Costruirono Jagdpanther tre stabilimenti. La MIAG di Braunschweig fu la principale, con 268 o 270 mezzi a seconda della fonte; la MNH di Hannover si aggiunse dal novembre 1944 con 112; la MBA di Potsdam dal dicembre 1944 con 33 o 37. Il totale complessivo oscilla fra 392 e 415, e a questi si aggiunge una dozzina di esemplari completati dopo la fine della guerra con i componenti rimasti in fabbrica.

Lo scarto fra i piani e le consegne racconta lo stato dell’industria tedesca nel 1944. In aprile uscivano dieci mezzi al mese. Per giugno ne erano previsti 160: ne furono consegnati 46. In settembre si era a venti al mese, e solo in dicembre si toccò il massimo con 67 esemplari, quando ormai il fronte occidentale era in Germania. A pesare furono i bombardamenti alleati sugli stabilimenti e la difficoltà di reperire i componenti, non la complessità del progetto in sé.

Come tutti i mezzi tedeschi di quel periodo lo Jagdpanther cambiò in corso d’opera. Nel gennaio 1944 sparirono le feritoie per le pistole, che indebolivano le piastre. In febbraio fu eliminato il periscopio sinistro del pilota, chiuso con una piastra saldata da 15 millimetri, e furono modificati il gancio di traino e l’argano. In maggio arrivò la canna in due pezzi e il mantelletto fu ridisegnato con un fissaggio superiore a vite. Dal settembre 1944 si smise di applicare lo Zimmerit, la pasta antimagnetica. In ottobre comparvero le schermature in lamiera sopra gli scarichi e ruote anteriori di diametro maggiore, e in dicembre nuovi silenziatori che spegnevano le fiamme allo scarico, perché di notte una vampata tradisce la posizione tanto quanto un colpo di cannone.

Impiego operativo

Gli Jagdpanther non andarono alle divisioni corazzate ma a reparti indipendenti, gli schwere Panzerjäger-Abteilungen, battaglioni cacciacarri pesanti che venivano assegnati di volta in volta dove serviva un tappo controcarro. Il primo a riceverli fu il 654°, portato in Francia su tre compagnie da quattordici mezzi ciascuna.

Il modo di impiegarli discendeva direttamente da come erano fatti. Uno Jagdpanther non cercava il nemico, lo aspettava: si sceglieva una posizione con un buon campo di tiro lungo la direttrice da cui l’attacco era previsto, possibilmente defilata dietro una piega del terreno in modo che sporgesse solo la parte alta della casamatta, si apriva il fuoco alla massima distanza utile e si cambiava postazione prima che l’artiglieria avversaria avesse il tempo di reagire. Il vantaggio stava tutto in quei primi minuti, quando si sparava da una distanza alla quale l’avversario non poteva rispondere e non sapeva ancora da dove arrivassero i colpi.

Lo spostamento era la parte difficile, e qui pesava una delle modifiche di produzione. Dal febbraio 1944 al pilota era rimasto un solo periscopio, quello destro, con il campo visivo sinistro chiuso da una piastra saldata: una scelta sensata dal punto di vista della protezione, dato che ogni apertura è un punto debole, molto meno per chi doveva manovrare un mezzo lungo quasi dieci metri fra siepi e strade di campagna, guidato a voce dal capocarro.

Il debutto avvenne in Normandia il 30 luglio 1944, ed è l’episodio che più spesso viene citato a proposito di questo mezzo. Un pugno di Jagdpanther appostati aprì il fuoco contro carri Churchill britannici in movimento e ne distrusse una decina in pochi minuti, perdendone due. I dettagli però cambiano secondo la fonte, e la differenza non è da poco: Tank Encyclopedia colloca l’azione presso Saint-Martin-des-Bois e parla di tre Jagdpanther, undici Churchill distrutti in circa due minuti e due mezzi tedeschi immobilizzati da danni ai cingoli e catturati; il sito D-Day Overlord la colloca nella zona di Caumont, attribuisce l’azione alla 2ª compagnia del 654° battaglione e conta quattordici Churchill della 6ª brigata corazzata delle Guardie contro la perdita di due Jagdpanther.

Su quello che accadde dopo le fonti concordano di più: i mezzi superstiti della compagnia non sopravvissero a lungo, distrutti nei giorni successivi dall’aviazione alleata, e nessuno di essi riuscì a ripassare la Senna durante la ritirata. Il fatto che due esemplari finissero intatti in mano britannica in un debutto operativo spiega anche perché gli alleati conobbero il mezzo nei dettagli con notevole anticipo.

Nelle Ardenne il quadro fu diverso, e i numeri lo dicono meglio di qualunque racconto: dei 56 mezzi previsti per l’offensiva ne raggiunsero i battaglioni 27, e di questi ne risultavano efficienti 17. Un cacciacarri da quarantacinque tonnellate che consumava molto e si riparava solo in officina pesante era difficile da tenere in linea durante un’avanzata, e in un’offensiva invernale su strade strette il problema si moltiplicava.

Sul fronte orientale, nel 1945, la storia degli Jagdpanther è in buona parte la storia di mezzi distrutti dai loro stessi equipaggi. Senza carburante e senza trattori capaci di rimorchiarli, i reparti in ritirata li facevano saltare per non lasciarli ai sovietici: nel gennaio 1945 il 563° battaglione cacciacarri pesanti ne distrusse dodici, insieme a diciassette Jagdpanzer IV, in una sola occasione.

Valutazione

Il confronto che rende meglio l’idea è con lo Jagdtiger, l’altro cacciacarri tedesco armato con lo stesso cannone: a parità di pezzo, lo Jagdpanther pesava ventiquattro tonnellate di meno, era più corto di novantuno centimetri e andava otto chilometri orari più forte. Portava cioè la stessa potenza di fuoco su una macchina che si poteva ancora spostare, far passare su un ponte e riparare, il che nel 1944 non era un dettaglio marginale.

I limiti sono altrettanto documentati e sono di due ordini. Il primo è tattico e riguarda tutti i cacciacarri senza torretta: fuori dal settore di brandeggio bisogna girare il veicolo, e in una situazione fluida questo costa tempo. Il secondo è numerico. Poco più di quattrocento mezzi, distribuiti fra due fronti e spesso a compagnie isolate, sono una quantità che non incide su una guerra combattuta con decine di migliaia di carri: l’episodio del 30 luglio mostra quello che lo Jagdpanther poteva fare in agguato, i numeri delle Ardenne mostrano quanti ce n’erano davvero e quanti funzionavano.

Esemplari superstiti

Ne sopravvivono una decina, distribuiti fra musei europei e americani, e sono fra i mezzi tedeschi meglio rappresentati nelle collezioni in rapporto al numero costruito, anche per via dei due esemplari catturati intatti in Normandia nel luglio 1944. Quattro sono stati riportati in condizioni di marcia.

Principali Varianti dello Jagdpanther:

  • Produzione iniziale (G1): mezzi usciti fra dicembre 1943 e la primavera del 1944, riconoscibili per la canna monoblocco, il mantelletto senza fissaggio superiore a vite, i due periscopi del pilota e le feritoie per pistola sulle fiancate della casamatta, poi soppresse nel gennaio 1944.
  • Produzione tardiva (G2): dalla primavera del 1944, con canna in due pezzi, mantelletto modificato, un solo periscopio per il pilota, schermature in lamiera sugli scarichi da ottobre e silenziatori antivampa da dicembre. Senza Zimmerit dopo il settembre 1944.
  • Esemplari MIAG: la produzione principale, 268-270 mezzi dallo stabilimento di Braunschweig, l’unico attivo per tutto il periodo.
  • Esemplari MNH e MBA: le due produzioni secondarie, rispettivamente 112 mezzi da Hannover a partire dal novembre 1944 e 33-37 da Potsdam dal dicembre 1944, avviate quando ormai i bombardamenti rendevano rischioso concentrare la costruzione in un solo stabilimento.

Informazioni aggiuntive

  • Nome e tipo: Jagdpanther (Sd.Kfz. 173)
  • Anno: 1944 
  • Produzione: circa 415 
  • Motore: 

    Maybach HL 230 P30, 12 cilindri a V a benzina raffreddato ad acqua

  • Potenza motore (hp): 700 
  • Lunghezza m.: 9,87  
  • Larghezza m.: 3,42 
  • Altezza m.: 2,72  
  • Peso t.: 45,5 
  • Velocità su strada Km/h: 46
  • Autonomia Km.: 160 
  • Armamento: 

    1 cannone da 8,8 cm Pak 43/3 L/71 con 57-60 colpi; 1 mitragliatrice MG 34 da 7,92 mm

  • Corazzatura max mm.: 100 
  • Equipaggio: 5  
  • Bibliografia – Riferimenti 

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