Attilio Regolo

di redazione
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Attilio Regolo

L’Attilio Regolo fu un incrociatore leggero della Regia Marina, capoclasse dei Capitani Romani, unità progettate per raggiungere velocità eccezionali a scapito della protezione. Costruito nel Cantiere OTO di Livorno, fu impostato il 29 settembre 1939, varato il 28 agosto 1940 ed entrò in servizio il 14 maggio 1942. La sua carriera operativa nella Regia Marina fu brevissima, ma la nave fu protagonista di uno degli episodi più drammatici della marina italiana nella seconda guerra mondiale.

Il nome

La nave era intitolata a Marco Attilio Regolo (Marcus Atilius Regulus), console della Repubblica romana e comandante dell’esercito nella prima fase della prima guerra punica. Catturato dai Cartaginesi, fu inviato a Roma per negoziare la pace con la promessa di tornare se le trattative fossero fallite. Consigliò invece il Senato di rifiutare le condizioni nemiche, mantenne la parola data e tornò a Cartagine, dove morì tra le torture. La sua figura era diventata nel mondo romano il simbolo del rispetto assoluto della parola data, anche a prezzo della vita.

La classe Capitani Romani

La progettazione della classe fu avviata nel 1938 dai generali del Genio Navale Umberto Pugliese e Ignazio Alfano come risposta diretta alle unità francesi classe Mogador e L’Audacieux: cacciatorpediniere conduttori veloci, pesantemente armati, capaci di minacciare i traffici italiani nel Mediterraneo pur sfuggendo agli incrociatori leggeri grazie alla velocità. Il punto di partenza del progetto fu lo scafo del Taškent, un cacciatorpediniere conduttore costruito per la marina sovietica dallo stesso cantiere OTO di Livorno.

Il risultato fu una classe di unità a metà strada tra l’incrociatore leggero e il cacciatorpediniere di grande dimensione, classificata ufficialmente come incrociatore leggero ma con caratteristiche del tutto peculiari. Erano previste dodici unità: ne furono varate otto, ma soltanto tre entrarono in servizio prima dell’armistizio — Attilio Regolo, Scipione Africano e Pompeo Magno. Le altre furono in parte demolite sugli scali, in parte catturate incomplete dai tedeschi.

Per raggiungere la velocità richiesta fu necessario rinunciare quasi del tutto alla corazzatura: il torrione aveva una protezione di soli 40 mm, le torri dei cannoni 35 mm anti schegge e il resto dello scafo era sostanzialmente privo di blindatura. Le sovrastrutture facevano ampio uso di leghe leggere, una novità assoluta per la Regia Marina, che garantiva risparmio di peso, resistenza alla corrosione e migliore stabilità. La propulsione era affidata a 2 turbine a vapore alimentate da 4 caldaie per una potenza di 110.000 CV, che consentiva di raggiungere i 41 nodi in prova — ma durante il conflitto lo Scipione Africano, a pieno carico di guerra, superò i 43 nodi, un record per un’unità di superficie italiana. L’autonomia era di circa 4.350 miglia a 18 nodi.

L’armamento principale era costituito da otto cannoni da 135/45 mm in quattro torri binate, due a prua e due a poppa. L’armamento antiaereo comprendeva cannoni da 37/54 mm e mitragliere da 20/65 mm. L’armamento silurante era formato da 8 tubi lanciasiluri da 533 mm in due impianti quadrupli assiali, che tuttavia si rivelarono una fonte costante di avarie senza mai garantire un funzionamento pienamente affidabile. Sul ponte erano predisposte guide per la posa di mine, compito per il quale queste unità si prestavano idealmente grazie alla velocità. A differenza di tutti gli altri incrociatori italiani, i Capitani Romani non imbarcavano idrovolanti da ricognizione: non c’era spazio né peso disponibile per catapulte e aeromobili.

L’attività bellica

Entrato in servizio nel maggio 1942, l’Attilio Regolo svolse nei mesi successivi missioni di scorta a convogli e di posa di mine. La carriera operativa si interruppe bruscamente il 7 novembre 1942: al rientro da una missione di mine, la nave fu colpita da un siluro lanciato dal sommergibile britannico HMS Unruffled, che le asportò completamente la prora. Nonostante la gravità del danno, l’Attilio Regolo riuscì a raggiungere Palermo, da dove fu poi rimorchiata alla Spezia per le riparazioni. Poiché i lavori richiedevano una prua di ricambio, fu utilizzata quella del Caio Mario, nave gemella ancora in costruzione nel cantiere. La nave rientrò in servizio il 4 settembre 1943, appena quattro giorni prima dell’armistizio.

L’armistizio e l’affondamento della corazzata Roma

L’8 settembre 1943, all’annuncio dell’armistizio, l’Attilio Regolo si trovava a La Spezia, dove faceva parte della VII Divisione insieme agli incrociatori Montecuccoli ed Eugenio di Savoia, nave comando della divisione con l’insegna dell’ammiraglio Oliva. Nell’Attilio Regolo era issata l’insegna del capitano di vascello Franco Garofalo, comandante del gruppo cacciatorpediniere di squadra — ma Garofalo, a causa di un lieve ritardo nell’approntamento della nave, era stato autorizzato dall’ammiraglio Bergamini a imbarcarsi sulla corazzata Italia, lasciando la sua insegna a bordo.

Alle 3 del mattino del 9 settembre, dopo concitate riunioni tra gli ufficiali, da La Spezia salpò il gruppo navale al comando dell’ammiraglio Carlo Bergamini, composto dalle corazzate Roma (ammiraglia), Vittorio Veneto e Italia della IX Divisione, dagli incrociatori della VII Divisione, dall’Attilio Regolo con funzioni di nave comando dei cacciatorpediniere, dalle Squadriglie XII e XIV cacciatorpediniere (Mitragliere, Fuciliere, Carabiniere, Velite, Legionario, Oriani, Artigliere, Grecale) e da una squadriglia di torpediniere. Il gruppo si congiunse con le unità provenienti da Genova — VIII Divisione con Garibaldi, Duca degli Abruzzi e Duca d’Aosta — formando una formazione di ventitré navi. Dopo il ricongiungimento, il Duca d’Aosta passò dalla VIII alla VII Divisione al posto dell’Attilio Regolo, che passò alle dipendenze della VIII Divisione.

Nel pomeriggio, mentre la formazione stava per raggiungere La Maddalena, Bergamini fu avvertito che l’isola era stata occupata dai tedeschi; invertì la rotta, dirigendo verso Bona in Algeria. Al largo dell’Asinara, la formazione fu attaccata da Dornier Do 217 della Luftwaffe che sganciarono bombe plananti teleguidate Ruhrstahl SD 1400 (le cosiddette Fritz X). Alle 15:45 la corazzata Roma fu centrata da un primo colpo; alle 15:50 un secondo impatto a prua fece saltare in aria la torre n. 2 da 1.500 tonnellate. Alle 16:11 lo scafo, spezzato in due, affondò. L’ammiraglio Bergamini, il suo stato maggiore e il comandante della nave perirono quasi all’istante. I morti tra l’equipaggio della Roma furono 1.352.

L’Attilio Regolo, insieme ai cacciatorpediniere Mitragliere, Carabiniere e Fuciliere e alle torpediniere Pegaso, Impetuoso e Orsa, invertì immediatamente la rotta per recuperare i superstiti. Dei 622 naufraghi tratti in salvo, 503 furono recuperati dai cacciatorpediniere, 17 dall’Attilio Regolo e 102 dalle torpediniere. Nel frattempo i cacciatorpediniere Ugolino Vivaldi e Antonio da Noli, che avevano ricevuto il contrordine di congiungersi alla squadra dopo che La Maddalena era caduta in mano tedesca, furono attaccati dalle motosiluranti tedesche e dalle batterie costiere in Corsica, incappando anche in campi minati: entrambi naufragarono. I loro superstiti furono anch’essi recuperati dalle unità in zona.

L’internamento alle Baleari

Attilio Regolo alle Baleari
Di Veronicascaccia – Opera propria, CC BY-SA 3.0

Concluso il recupero dei naufraghi, il gruppo dei sette navi si trovò in una situazione drammatica: impossibilità di mettersi in contatto con la formazione principale e con Supermarina, molti feriti gravi che necessitavano urgentemente di cure ospedaliere, scorte di nafta in via di esaurimento. Il comando del gruppo ricadde inaspettatamente sul capitano di vascello Giuseppe Marini, comandante del Mitragliere e ufficiale più anziano presente, poiché Garofalo era sull’Italia. Marini suddivise il gruppo in due: le tre torpediniere sotto il comando del capitano di fregata Riccardo Imperiali del Pegaso, il resto — Attilio Regolo e i tre cacciatorpediniere — rimasto sotto il suo comando diretto. Entrambi i comandanti decisero autonomamente di dirigere verso le Baleari, territorio della Spagna neutrale, sperando di potervi sbarcare i feriti e rifornirsi senza essere internati.

I due gruppi giunsero alle Baleari nella mattinata del 10 settembre: il Mitragliere, il Carabiniere, il Fuciliere e l’Attilio Regolo attraccarono a Porto Mahón nell’isola di Minorca; le tre torpediniere nella baia di Pollença a Maiorca. Nel primo pomeriggio furono sbarcati e trasportati all’ospedale 133 tra feriti e ustionati; i nove che erano deceduti durante la traversata furono seguiti da una mesta processione di marinai al cimitero di Mahón. Nella notte tra il 10 e l’11 settembre, per evitare di dover consegnare la nave agli Alleati qualora avesse lasciato le acque spagnole, le turbine dell’Attilio Regolo furono deliberatamente sabotate. Alle 3 del mattino dell’11 settembre i comandanti del Pegaso e dell’Impetuoso, dopo aver lasciato gli ormeggi, autoaffondarono le due torpediniere; i loro equipaggi raggiunsero terra e furono internati. Il pomeriggio dello stesso giorno le autorità spagnole comunicarono che le navi, non avendo lasciato gli ormeggi entro le 24 ore previste dalla Convenzione dell’Aia, erano poste sotto sequestro.

I mesi dell’internamento furono carichi di tensione. Numerosi componenti degli equipaggi simpatizzavano apertamente per la Repubblica Sociale Italiana; nel gennaio 1944 disertarono il direttore di macchina del Fuciliere e il direttore di tiro dell’Attilio Regolo, che raggiunsero il Nord Italia con l’aiuto dell’ex addetto navale italiano. In febbraio dieci marinai del Regolo non rientrarono da una franchigia: la contemporanea scomparsa di un motopeschereccio da 14 tonnellate fece ritenere che avessero tentato la fuga in mare, e il mare burrascoso di quei giorni lasciò pochi dubbi sul loro destino.

Il 22 giugno 1944 a Caldes de Malavella, dove erano internati i naufraghi della Roma, del Pegaso, dell’Impetuoso e i superstiti del Vivaldi, le autorità spagnole tennero una consultazione: a ogni ufficiale e marinaio fu chiesto di scegliere tra il Regno del Sud e la Repubblica Sociale Italiana, con il successivo rimpatrio rispettivamente via Gibilterra o attraverso la frontiera francese. Su 1.013 votanti, 994 scelsero il Regno del Sud e 19 la RSI. Dopo lunghe trattative diplomatiche, le navi furono autorizzate a lasciare le acque spagnole il 15 gennaio 1945, raggiungendo Taranto il 23 gennaio.

Il dopoguerra

In applicazione delle clausole del trattato di pace, il 27 luglio 1948 l’Attilio Regolo fu ceduto alla Francia come riparazione per danni di guerra, con la sigla R4. Nella Marine Nationale fu ribattezzato Châteaurenault (distintivo ottico D 606) e, dopo essere stato riarmato con cannoni da 105 mm SK C/33 di origine tedesca e sottoposto a trasformazioni sia all’armamento sia all’elettronica, fu riclassificato come conduttore di flottiglia. Ricoprì il ruolo di portabandiera della I Flottiglia Escorteurs d’Escadre della Squadra Navale del Mediterraneo di base a Tolone, rimanendo in servizio fino all’ottobre 1962, quando fu radiato e avviato alla demolizione.

Informazioni aggiuntive

  • Nazione:  Italia 
  • Tipo nave:  Incrociatore 
  • Classe Capitani Romani 
  • Cantiere:

    OTO, Livorno

  • Data impostazione:   29/09/1939 
  • Data Varo: 28/08/1940 
  • Data entrata in servizio: 14/05/1940 
  • Lunghezza m.:  142.2 
  • Larghezza m.: 14.4 
  • Immersione m.:   4.9 
  • Dislocamento t.:  5.035  
  • Apparato motore: 

    4 caldaie Thornycroft, 4 turbine Parsons, 2 assi

  • Potenza cav.:  110.000  
  • Velocità nodi: 40 
  • Autonomia miglia: 4.352 
  • Armamento:  
    • 8 cannoni da 135/45 (4 installazioni binate)
    • 8 cannoni Breda 37/54 (affusti singoli)
    • 8 mitragliere da 20/70<(4 installazioni binate)
    • 8 tubi lanciasiluri da 533 mm (2 installazioni quadruple)
  • Corazzatura: 
    • Torrette: 6-20 mm
    • Barbette: 15 mm
  • Equipaggio: 418 
  • Bibliografia – Riferimenti:    

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