Lo Sd.Kfz. 234 era l’autoblinda pesante tedesca di ultima generazione: otto ruote tutte motrici e tutte sterzanti, scafo monoscocca, un diesel Tatra raffreddato ad aria che gli dava un’autonomia di quasi mille chilometri su strada e una velocità massima di 90 km/h. Ne furono costruite quattro varianti: il 234/1 con cannone da 20 mm, il 234/2 Puma con cannone da 50 mm in torretta chiusa, il 234/3 con cannone corto da 75 mm e il 234/4 con il cannone controcarro PaK 40. In tutto uscirono dalle linee della Büssing-NAG circa 500 esemplari fra il dicembre 1943 e gli ultimi mesi di guerra; il Puma, il più celebre, fu anche il primo, con 101 esemplari.
Un’autoblinda per l’Africa
La richiesta di progetto risale all’agosto 1940, cioè prima ancora dell’intervento tedesco in Nord Africa. L’Ufficio Armamenti dell’esercito chiese alla Büssing-NAG, che già costruiva le autoblinde pesanti Sd.Kfz. 231, 232 e 233, un nuovo mezzo di generazione successiva pensato per il clima tropicale. Lo richiedeva il carattere di quelle vecchie autoblinde: motore a benzina raffreddato ad acqua con tendenza al surriscaldamento, sagoma troppo alta che le rendeva un bersaglio facile, armamento troppo leggero (solo cannoni da 20 mm).
Il nuovo mezzo doveva correggere tutte e tre le cose: motore raffreddato ad aria, scafo più basso, armamento pesante. Il contratto per lo scafo e il telaio andò alla Büssing-NAG di Lipsia, quello per il motore alla Tatra, che aveva esperienza nei raffreddati ad aria. Quando il mezzo arrivò infine in produzione, nel 1943, l’Africa era persa da sette mesi e lo Sd.Kfz. 234 finì a combattere su fronti del tutto diversi da quelli per cui era stato pensato.
Il telaio ARK
Il telaio, siglato ARK dalla Büssing-NAG, portava otto ruote con sospensione indipendente, tutte motrici e tutte sterzanti. Lo scafo era monoscocca autoportante, cioè la carrozzeria blindata era anche la struttura portante del veicolo, invece che carrozzata su un telaio a longheroni come nella generazione precedente: una soluzione più leggera e più rigida.
La forma era caratteristica delle autoblinde tedesche pesanti: scafo basso e largo, con fianchi inclinati che si allargavano verso l’alto fino al vano di combattimento e poi tornavano a stringersi verso il cielo. La corazza era di 30 millimetri sulla parte frontale, 10 sui fianchi, 8 sul retro, 5,5 sul cielo e sul fondo: sufficiente contro le armi leggere e le schegge, insufficiente contro qualunque cannone controcarro. Un’autoblinda non è un carro armato: la protezione serve a sopravvivere a un’imboscata o a un primo colpo, non a reggere un duello.
Il mezzo aveva due postazioni di guida, una anteriore e una posteriore, caratteristica standard delle autoblinde pesanti tedesche. Un veicolo lungo più di sei metri e largo meno di due, impegnato in ricognizione su una strada stretta che potrebbe essere battuta dal fuoco o minata, deve poter tornare indietro senza voltarsi. Il pilota posteriore aveva una propria postazione con volante, pedali e un paio di periscopi, e nel ruolo tipico serviva anche come marconista. Il cambio era a tre marce avanti e tre indietro, raddoppiate da un riduttore a due rapporti, per un totale di sei rapporti in ciascun verso di marcia.

Il motore Tatra
Il motore era il Tatra 103, dodici cilindri a V, 14,8 litri di cilindrata, diesel, raffreddato ad aria. Per ventilarlo in modo efficace c’erano quattro grandi ventole assiali (due per bancata di cilindri) più una per l’olio, un’architettura complicata ma funzionale. Erogava 210 o 220 cavalli a 2.200 giri.
Fu il primo e unico mezzo blindato tedesco della guerra con un diesel raffreddato ad aria, e uno dei pochissimi a gasolio. La Germania produceva benzina sintetica da carbone in grande quantità e aveva organizzato tutta la logistica militare attorno a quel carburante. Il diesel era prodotto in volume molto minore e distribuito principalmente agli autocarri pesanti e alla marina. Un veicolo a gasolio in una colonna corazzata diventava un problema di approvvigionamento: la cisterna rifornitrice da benzina non gli serviva. La scelta discendeva dalla richiesta di un motore raffreddato ad aria per il deserto, campo in cui la Tatra aveva l’esperienza maggiore; il vantaggio collaterale fu il consumo, perché a parità di potenza un diesel brucia meno carburante di un motore a benzina.
Il motore ebbe gravi problemi di affidabilità e di rumorosità, e proprio quei problemi rimandarono la produzione dello Sd.Kfz. 234 nonostante lo scafo fosse pronto fin dal luglio 1942. Solo nel 1943 la Tatra riuscì a sistemare il Tatra 103 abbastanza da avviare la produzione di serie.
Il risultato pratico, una volta superati i problemi di messa a punto, era una delle caratteristiche più notevoli del mezzo: con un serbatoio di 360 litri, lo Sd.Kfz. 234 percorreva fra i 900 e i 1.000 chilometri su strada, circa 600 fuori strada. Per confronto, un carro armato medio dell’epoca aveva autonomia di 150-200 chilometri. Poteva quindi coprire un’intera giornata di marcia strategica senza rifornirsi, che per un mezzo da ricognizione è il requisito principale.
Il Puma e la torretta del Leopard
Lo Sd.Kfz. 234 fu progettato in origine con una torretta da 50 mm, ed è questa la variante che prese il nome di 234/2 e il soprannome di Puma. Per ragioni che la documentazione non chiarisce, la designazione numerica non seguì l’ordine di produzione: il 234/2 fu il primo esemplare entrato in produzione, prima dei “fratelli” 234/1, /3 e /4.
La torretta era stata disegnata dalla Daimler-Benz per un altro progetto, il carro leggero sperimentale VK 1602 Leopard, che era arrivato alla fase di prototipo ma era stato cancellato nel 1943. Le torrette già prodotte furono riciclate sullo Sd.Kfz. 234/2, con la stessa logica industriale che era stata applicata agli scafi dell’Elefant: pezzi finiti che non si potevano buttare via trovarono un impiego su un altro telaio.
Pianta esagonale con fianchi arrotondati e piastre frontale e posteriore piatte, corazza di 30 millimetri sulla fronte, 14,5 sui fianchi e sul retro, 10 sul cielo. Il mantelletto del cannone era un pezzo fuso arrotondato, in stile Saukopfblende (letteralmente “testa di maiale”), come quello delle ultime versioni dello Sturmgeschütz III, con spessore variabile fra 40 e 100 millimetri. La rotazione della torretta era manuale e un giro completo richiedeva circa un minuto.
Il cannone del Puma
L’arma era il 5 cm KwK 39/1 L/60, cioè il cannone da 50 mm a canna lunga, lo stesso delle ultime versioni del Panzer III. La differenza stava in un dettaglio: era stato dotato di un freno di bocca aggiuntivo per ridurre la lunghezza del rinculo, perché una torretta di autoblinda ha meno spazio interno di quella di un carro armato e la culatta non poteva arretrare oltre un certo limite.
La dotazione a bordo era di 55 colpi, divisi circa metà perforanti (Pzgr. 39) e metà esplosivi (Spgr. 38). Con il colpo perforante il cannone perforava circa 60 millimetri di corazza inclinata a trenta gradi a cinquecento metri, abbastanza per i carri leggeri sovietici (T-70, T-60) e per le autoblinde avversarie, non abbastanza per T-34 o Sherman frontalmente, ma sufficiente a colpirli sui fianchi a corta distanza. L’alzo andava da −10° a +20°.
Coassiale al cannone c’era una mitragliatrice MG 42 da 7,92 mm con circa 1.950 colpi. Ai fianchi della torretta, tre lanciafumogeni per lato (sei in totale), azionabili dall’interno per coprire il mezzo mentre ripiegava. Era in questo che si vedeva la filosofia dell’autoblinda: non reggere un contatto, ma sganciarsi se le cose si mettevano male.
L’equipaggio
L’equipaggio era di quattro uomini. Nel Puma due stavano in torretta: capocarro e puntatore, con uno dei due che faceva anche da servente, in genere il capocarro stesso. Due nello scafo: il pilota anteriore e un secondo uomo che era insieme marconista e pilota posteriore. Nelle fasi di combattimento questa divisione dei compiti era serrata, perché il capocarro doveva osservare, decidere, dirigere il tiro e dare l’ordine al marconista di segnalare per radio, mentre il puntatore inseguiva il bersaglio e il marconista era pronto a passare al suo posto di guida.
Il mezzo portava due radio: una Fu 12 a lungo raggio e una FuSprGer a corto raggio, con due antenne, una a stilo sul retro della torretta e una a stella sul fianco sinistro del cofano motore. Nelle compagnie di ricognizione la Fu 12 non era montata su tutti i mezzi ma solo su una tredicina su venticinque, con gli altri che si limitavano al corto raggio e si appoggiavano ai capi-plotone per le comunicazioni verso il comando.
La produzione
La produzione del Puma cominciò nel dicembre 1943, costruita interamente dalla Büssing-NAG di Lipsia-Wahren, con scafi forniti dalla Deutsche Edelstahlwerke di Krefeld, torrette costruite dalla Daimler-Benz di Berlino e dalla Schichau di Elbing, motori dalla Ringhoffer-Tatra di Nesselsdorf. Si chiuse nel settembre 1944, con 101 esemplari complessivi.
Il programma, fissato nel novembre 1943, prevedeva di costruire prima un centinaio di Puma e poi di dividere la linea fra il 234/1 e il 234/3. I primi esemplari di entrambi furono consegnati nel giugno 1944, mentre il Puma era ancora in produzione, e il rapporto fra le due varianti fu ritoccato più volte: tredici 234/1 ogni tre 234/3 secondo il piano del marzo 1944, nove ogni sette dall’ottobre. Il 234/3 uscì di produzione nel dicembre 1944, dopo circa 90 esemplari, e il suo posto fu preso dal 234/4, costruito sulla stessa base fino agli ultimi mesi di guerra; il 234/1 restò in linea fino alla fine. Il totale della famiglia fu di circa 500 esemplari, di cui il Puma rappresentò un quinto.

Impiego operativo
I Puma andarono alle compagnie di autoblinde pesanti dei reparti esploranti (Panzer-Aufklärungs-Abteilung) di poche divisioni: una compagnia completa di 25 mezzi alla Panzer-Lehr-Division e alla 2ª Panzerdivision, sedici mezzi ciascuna alla 1ª SS Panzerdivision Leibstandarte e alla 20ª Panzerdivision. Le prime tre combatterono a occidente, in Normandia e poi nelle Ardenne, la quarta sul fronte orientale. L’impiego naturale era la perlustrazione avanzata: muoversi veloce, individuare le posizioni nemiche, segnalarle via radio al comando, se possibile ingaggiare bersagli leggeri, altrimenti ripiegare.
Nelle giornate buone il mezzo faceva esattamente quello per cui era stato pensato: fino a 90 km/h su strada aperta, osservazione da postazioni mobili grazie alle due postazioni di guida, segnalazione tempestiva. Il cannone da 50 mm permetteva di affrontare i carri leggeri sovietici e le autoblinde avversarie, e di dare fastidio ai mezzi di trasporto fanteria, cosa che il 234/1 con il suo 20 mm non poteva fare.
Il 234/1 e il 234/3 arrivarono dal giugno 1944 ai reparti esploranti di otto divisioni corazzate, fra cui la Panzer-Lehr, la 116ª Panzerdivision e due divisioni SS, secondo una tabella organica che assegnava a ogni compagnia tredici 234/1 e tre 234/3: i primi per la ricognizione e per il tiro contro aerei a bassa quota, i secondi per dare alla compagnia un cannone capace di demolire una postazione o un mezzo leggero. Il 234/4 comparve all’inizio del 1945 in piccoli lotti: il primo gruppo alla divisione Panzergrenadier Brandenburg, poi pochi esemplari per volta alla Führer-Begleit-Division, alla 25ª Panzerdivision e alle divisioni formate negli ultimi mesi, come la Müncheberg, quasi sempre affiancato da un numero simile di 234/1.
I limiti erano quelli propri dei veicoli a ruote in guerra. Fuori strada, soprattutto sul fango russo e nelle siepi normanne, lo Sd.Kfz. 234 perdeva gran parte della sua agilità, e un semicingolato o un carro leggero lo battevano in mobilità trasversale. In città, dove le autoblinde di norma non amano andare, era vulnerabile ai fucili controcarro leggeri e alle cariche magnetiche della fanteria. Nelle Ardenne, dove le colonne tedesche dovettero percorrere strade strette di campagna, molti 234 rimasero sulle piste per mancanza di carburante o per guasti al motore diesel, le cui riparazioni richiedevano competenze che le officine di reparto non sempre avevano.
Valutazione
Sul piano dei numeri il Puma, la variante più completa della famiglia, stava alla pari dei carri leggeri contemporanei. Pesava 11,74 tonnellate; il tedesco Panzer II Ausf. L ne pesava 11,8, lo statunitense M5 Stuart 14,7, il sovietico T-70 9,2. Il Puma aveva un cannone da 50 mm; il Panzer II ne aveva uno da 20, l’M5 uno da 37, il T-70 uno da 45. La corazza frontale del Puma era di 30 millimetri, nello stesso ordine di grandezza dei leggeri citati.
Rispetto a quei mezzi era molto più veloce (90 km/h contro i 40-50 dei carri leggeri) e aveva un’autonomia tre o quattro volte maggiore grazie al diesel, con una sagoma più alta ma non di molto. In cambio, come ogni mezzo a ruote, perdeva il vantaggio sui terreni molto accidentati.
Esemplari superstiti
Del Puma non risulta conservato alcun esemplare completo. Il Tank Museum di Bovington, in Inghilterra, espone uno Sd.Kfz. 234/3. Due 234/4 sono conservati al Deutsches Panzermuseum di Munster, in Germania, e alla U.S. Army Armor & Cavalry Collection di Fort Benning, in Georgia; quest’ultimo apparteneva al Panzerkorps Feldherrnhalle e fu consegnato agli americani nel 1945, nella Cecoslovacchia meridionale.
Principali Varianti dello Sd.Kfz. 234:
- Sd.Kfz. 234/1: autoblinda da ricognizione con torretta esagonale aperta in alto, armata con un cannone 2 cm KwK 38 L/55 in affusto Hängelafette 38 accoppiato a una MG 34, elevazione massima +70° per il tiro antiaereo, 250 colpi di dotazione. La torretta e l’armamento erano gli stessi dell’autoblinda leggera Sd.Kfz. 222. In produzione dall’aprile o dal giugno 1944 a marzo 1945, in 200-230 esemplari. Era in sostanza la versione semplificata del Puma, pensata per rimpiazzarlo in produzione una volta che il 234/2 fu giudicato troppo complesso e troppo poco armato per i tempi.
- Sd.Kfz. 234/2 Puma: la variante più nota della famiglia e la prima a entrare in produzione. Torretta chiusa derivata dal carro leggero VK 1602 Leopard, cannone 5 cm KwK 39/1 L/60 con freno di bocca, 55 colpi. Prodotta dalla Büssing-NAG dal dicembre 1943 al settembre 1944 in 101 esemplari.
- Sd.Kfz. 234/3: variante di appoggio di fuoco, con il cielo del vano di combattimento rimosso e i fianchi rialzati da piastre supplementari. Al centro, un cannone 7,5 cm K 51 L/24 (lo stesso del Panzer IV delle prime versioni e dello Sd.Kfz. 251/9 Stummel), con 50 colpi, elevazione da −10° a +12°. Prodotta probabilmente da giugno a dicembre 1944 in 88 esemplari, assegnati tre per compagnia, accanto ai 234/1, ai reparti esploranti di otto divisioni corazzate.
- Sd.Kfz. 234/4: cacciacarri di ripiego, nato da una proposta messa a verbale in una riunione con Hitler il 28 ottobre 1944, con un intero cannone anticarro 7,5 cm PaK 40 L/46 montato nel centro del vano di combattimento, completo del suo scudo originale che fungeva da protezione frontale. 36 colpi a bordo, brandeggio molto limitato per il poco spazio laterale. Prodotto da dicembre 1944 a marzo 1945 in 89 o 97 esemplari. Il cannone era efficace, ma il telaio soffriva considerevolmente del rinculo di ogni colpo.
- Modifiche sul campo: almeno un esemplare di Sd.Kfz. 234/3 fu modificato in officina di reparto rimuovendo il cannone da 75 mm e installando al suo posto un affusto Schwebelafette 38, probabilmente tratto da un semicingolato Sd.Kfz. 251, con un cannone antiaereo Flak 38 da 20 mm. Il mezzo fu catturato dagli americani nel maggio 1945.
Informazioni aggiuntive
- Nome e tipo: Schwerer Panzerspähwagen Puma (Sd.Kfz. 234/2)
- Anno: 1943
- Produzione: circa 500
- Motore:
Tatra 103, 12 cilindri a V diesel raffreddato ad aria
- Potenza motore (hp): 220
- Lunghezza m.: 6,80
- Larghezza m.: 2,33
- Altezza m.: 2,38
- Peso t.: 11,74
- Velocità su strada Km/h: 90
- Autonomia Km.: 900
- Armamento:
1 cannone da 5 cm KwK 39/1 L/60 con 55 colpi; 1 mitragliatrice MG 42 da 7,92 mm con 1.950 colpi
- Corazzatura max mm.: 30
- Equipaggio: 4
- Bibliografia – Riferimenti:
- Bruno Benvenuti, Fulvio Miglia: Guida ai carri armati ISBN 8804177799
- Miller, David. Illustrated Directory of Tanks and Fighting Vehicles: From World War I to the Present Day. Zenith Press. ISBN 0-7603-0892-6
- Wikipedia
- History of War
- Panzernet
