I film di guerra secondo Spielberg: otto titoli (più uno) da non perdere

di redazione
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Steven Spielberg

Una precisazione necessaria prima di cominciare: non esiste un elenco ufficiale redatto da Spielberg. I titoli che seguono sono stati raccolti e sistematizzati dal canale YouTube Old School Movies, che ha aggregato le dichiarazioni del regista rilasciate nel corso di varie interviste, costruendo una lista di otto film di guerra che Spielberg ha citato come riferimenti fondamentali o fonti di ispirazione diretta. A questi abbiamo aggiunto il nono: Salvate il soldato Ryan, il film che Spielberg non poteva inserire in nessuna lista personale per modestia.

Che Spielberg sia una fonte credibile in materia è difficile da contestare. Ha diretto Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan, due film che hanno cambiato in modo permanente il modo in cui il cinema racconta la guerra; il secondo, in particolare, ha riscritto le convenzioni visive del genere bellico, abbandonando la retorica eroica a favore del caos fisico e dell’arbitrarietà della morte in combattimento. Prima di girarlo, Spielberg ha dichiarato di aver rivisto sistematicamente i film di guerra del passato per capire come rappresentare l’azione bellica in modo credibile. Almeno un titolo di questa lista ha fatto esplicitamente parte di quel processo preparatorio.

La lista copre tre conflitti distinti: la Seconda Guerra Mondiale, la Prima Guerra Mondiale e il Vietnam. Ci soffermeremo più a lungo sui quattro film pertinenti al nostro ambito editoriale, trattando gli altri più brevemente.

I film della Seconda Guerra Mondiale

Das Boot (1981)

Das Boot è il film che Wolfgang Petersen ha costruito interamente all’interno di un U-Boot della Kriegsmarine, con una cinquantina di uomini che convivono nello spazio di un tubo metallico sotto la superficie dell’Atlantico. Spielberg ha dichiarato che questo film faceva parte della lista di riferimenti studiati prima di girare Salvate il soldato Ryan, ed è facile capire perché: Petersen non racconta la guerra dal punto di vista del vincitore né del vinto, ma dall’interno di una situazione in cui il nemico principale non è la Royal Navy bensì l’oceano stesso e la meccanica sottomarina. Quello che il film riesce a fare è costruire la tensione per un’ora intera senza che accada quasi nulla di spettacolare, affidandosi esclusivamente alla claustrofobia degli spazi e all’attesa.

Spielberg ha sottolineato come Petersen riesca a rovesciare completamente la prospettiva del pubblico americano, portandolo a fare il tifo per marinai tedeschi entro il primo atto — risultato che non è un effetto collaterale del film, ma il suo punto centrale. Esistono una versione cinematografica, una Director’s Cut di circa tre ore e mezza e una versione televisiva: la Director’s Cut è generalmente considerata la versione di riferimento.

Patton (1970)

Patton è un caso particolare perché nasce da una sceneggiatura di Francis Ford Coppola — lo stesso che firma Apocalypse Now, anch’esso in questa lista — e questo già dice qualcosa su come il film intende il proprio protagonista. George C. Scott interpreta il generale George S. Patton come un uomo convinto di essere la reincarnazione di un guerriero antico, e lo fa con una convinzione tale che la cosa finisce per sembrare del tutto plausibile. Il regista Franklin J. Schaffner mantiene sistematicamente una certa distanza dal personaggio, come se anche la macchina da presa stesse osservando un superiore pericoloso da avvicinare troppo.

Spielberg ha citato il rifiuto del film a semplificare il protagonista come una delle sue qualità principali: il pubblico è continuamente spiazzato, incapace di stabilire se ammirare o disprezzare quest’uomo. Patton è un militare di prima qualità; è anche capace di colpire un soldato ricoverato per shock da combattimento perché lo ritiene un codardo. Il film non risolve questa contraddizione perché Patton storico non l’ha mai risolta. George C. Scott ha vinto l’Oscar per questa interpretazione e poi ha rifiutato di ritirarlo, definendo la cerimonia una sfilata di carne.

Il ponte sul fiume Kwai (1957)

David Lean appare due volte in questa lista — l’altro titolo è Lawrence d’Arabia — circostanza che dice qualcosa sulla coerenza del gusto di Spielberg. Il ponte sul fiume Kwai è ambientato in Birmania in un campo di prigionia giapponese dove un colonnello britannico interpretato da Alec Guinness viene ordinato di costruire un ponte ferroviario. La particolarità è che il colonnello obbedisce non per costrizione ma per orgoglio professionale: il ponte che i suoi uomini costruiranno dimostrerà al nemico di cosa sono capaci l’ingegneria e la disciplina britanniche. Il fatto che quel ponte servirà alle forze giapponesi è un dettaglio che il colonnello conosce bene, ma ha smesso di considerarlo nel momento in cui il progetto è diventato una questione identitaria.

Spielberg ha detto che questo film lo ha interessato proprio perché non è davvero un film di guerra: è un film sull’ego e su quello che succede quando il senso di sé di un uomo diventa più importante dei fatti che gli stanno intorno. La scena finale — in cui il personaggio realizza cosa ha fatto — è costruita con un’economia di mezzi che pochi film riescono a eguagliare. Guinness ha vinto l’Oscar per questa interpretazione.

Salvate il soldato Ryan (1998)

Questo è il film che Spielberg non poteva includere perché è il suo. Lo aggiungiamo noi, non per colmare un vuoto ovvio — il regista non si autocita per ragioni comprensibili — ma perché sarebbe strano discutere del suo gusto cinematografico in materia bellica senza nominare l’opera con cui ha riscritto le regole del genere.

La sequenza dello sbarco in Normandia, i primi venti minuti del film, rimane un riferimento tecnico: la macchina a mano, la grana dell’immagine desaturata, la velocità e l’arbitrarietà con cui muoiono i personaggi costruiscono qualcosa che fino ad allora non aveva precedenti nel cinema bellico americano. Il capitano Miller di Tom Hanks non è un eroe nel senso convenzionale del termine: è un uomo che cerca di sopravvivere e di riportare a casa quanti più soldati possibile, in un contesto in cui i criteri morali abituali non si applicano facilmente. Il resto del film è strutturalmente più tradizionale, ma l’impatto complessivo sull’immaginario visivo della guerra non è mai stato rimesso in discussione.

Gli altri conflitti

I cinque film restanti riguardano la Prima Guerra Mondiale e il Vietnam. Non rientrano nel perimetro editoriale di questo sito, ma vale la pena trattarli brevemente: alcuni dei temi che sollevano — il rapporto tra il militare e l’istituzione che lo comanda, la distruzione sistematica dell’individuo, la distanza tra chi ordina e chi muore — si applicano senza difficoltà anche al secondo conflitto mondiale.

All’Ovest niente di nuovo (1930)

Diretto da Lewis Milestone e basato sul romanzo di Erich Maria Remarque, il film segue un gruppo di giovani tedeschi dall’entusiasmo patriottico all’annientamento fisico e morale nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. È del 1930, quando il cinema sonoro aveva appena cinque anni, ed è ancora probabilmente il film anti-bellico più rigoroso mai realizzato. Spielberg lo ha citato come uno dei primi film che gli ha fatto capire cosa può fare il cinema a un pubblico — non intrattenerlo, non consolarlo, ma cambiare il modo in cui percepisce il mondo. Fu vietato in Germania, dove il Partito Nazionalsocialista organizzò disordini nelle sale alla sua uscita.

Lawrence d’Arabia (1962)

Il secondo film di David Lean in lista è quello che Spielberg ha dichiarato di aver studiato fotogramma per fotogramma da giovane, per capire come si usa il formato panoramico e come si trasforma un paesaggio in un personaggio. Peter O’Toole interpreta T.E. Lawrence, ufficiale britannico che guida la rivolta araba contro l’Impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale. Il deserto del film non è un fondale: ha un peso, un’intenzione, una presenza. Lawrence è brillante e crudele, affascinante e autodistruttivo, e Lean non fa niente per rendere quella contraddizione più sopportabile.

Apocalypse Now (1979)

Il film di Francis Ford Coppola traspone Cuore di tenebra di Conrad nella guerra del Vietnam: il capitano Willard risale un fiume verso la Cambogia per trovare ed eliminare il colonnello Kurtz, ufficiale dei Berretti Verdi decorato che si è trasformato in una specie di divinità locale. La produzione fu un disastro documentato: Marlon Brando arrivò sul set senza aver letto il materiale di base, Martin Sheen ebbe un infarto, un tifone distrusse le scenografie. Il risultato è ugualmente un’opera di riferimento. Spielberg ha riconosciuto che il film non è perfetto, ma ha sottolineato che Coppola è andato in un territorio dove la maggior parte dei registi non avrebbe avuto il coraggio di spingersi.

Full Metal Jacket (1987)

Stanley Kubrick appare due volte in lista, come Lean, per le stesse ragioni. Full Metal Jacket è diviso in due metà nette: la prima interamente nel campo di addestramento dei marines americani, dominata dall’istruttore interpretato da R. Lee Ermey — che era un vero istruttore dei marines prima di diventare attore — la seconda in Vietnam. Spielberg ha detto che questo è il film di guerra che lo ha preoccupato di più come regista, non per la violenza ma per il tono: Kubrick riesce a rendere lo spettatore progressivamente insensibile a quello che vede, e poi a farglielo notare. Il film fu girato interamente in Inghilterra, con la giungla vietnamita ricreata in un’area industriale dismessa nell’est di Londra.

Orizzonti di gloria (1957)

È il film che Spielberg mette al primo posto dell’intera lista. Kirk Douglas interpreta un colonnello francese costretto a mandare i propri uomini in un assalto suicida contro posizioni tedesche che tutti — compresi i generali che hanno dato l’ordine — sanno essere impossibili da conquistare. Quando l’assalto fallisce, tre soldati vengono scelti sostanzialmente a caso e processati per codardia. Kubrick non lascia scampo né allo spettatore né alla narrativa: non ci sono morti eroiche, non ci sono riscatti, non c’è nulla che renda tollerabile quello che si vede sullo schermo. Il film fu vietato in Francia per quasi vent’anni: il governo militare francese lo considerò un insulto all’esercito, il che è probabilmente la recensione più accurata che un film anti-bellico possa ricevere.

Cosa hanno in comune questi film

Guardare questa lista nel suo insieme rivela un gusto coerente. Non c’è un solo film d’avventura bellica nel senso tradizionale del termine; niente che assomigli a un I cannoni di Navarone o a un Il giorno più lungo. Tutti e nove i titoli mostrano la guerra come un’esperienza che degrada o distrugge chi la attraversa, indipendentemente dalla parte in cui ci si trova. In Das Boot i marinai tedeschi sono le vittime di una tecnologia che può ucciderli in qualsiasi momento; in Orizzonti di gloria i soldati francesi vengono fucilati dai propri generali; in Full Metal Jacket il sistema militare americano trasforma metodicamente degli esseri umani in qualcosa di diverso.

Un secondo elemento ricorrente è la prospettiva del perdente o dell’emarginato: il sottomarino destinato all’affondamento, il soldato processato per codardia, il prigioniero di guerra in Birmania. Nessuno di questi film celebra la vittoria — alcuni la ignorano, altri la rendono irrilevante rispetto a quello che è costata.

Spielberg ha costruito la propria carriera su film capaci di essere al tempo stesso spettacolari e umani. La lista che emerge dalle sue dichiarazioni suggerisce che quando studia il cinema degli altri, cerca invece qualcosa di diverso: opere in cui lo spettacolo è ridotto al minimo indispensabile e quello che rimane è la condizione dell’uomo in guerra. Salvate il soldato Ryan — che non ha incluso per ragioni ovvie — è forse il tentativo di tenere insieme entrambe le cose.

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