Lo Scipione Africano fu un incrociatore leggero della Regia Marina, seconda unità della classe Capitani Romani, alla cui scheda si rimanda per la descrizione tecnica e le caratteristiche della classe. Costruito nel cantiere OTO di Livorno, fu impostato il 28 settembre 1939, varato il 12 gennaio 1941 e consegnato alla Regia Marina il 23 aprile 1943. Nonostante l’entrata in servizio tardiva, la nave fu la più attiva delle tre unità della classe che parteciparono al conflitto: effettuò appena 15 missioni sotto bandiera italiana prima dell’armistizio, ma oltre 146 missioni durante il periodo di cobelligeranza, percorrendo complessivamente più di 56.000 miglia.
Il nome
La nave era intitolata a Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano (236 a.C. circa – 183 a.C.), generale romano e console della Repubblica, celebre per aver sconfitto Annibale nella battaglia di Zama nel 202 a.C., ponendo fine alla seconda guerra punica. Considerato uno dei più grandi strateghi dell’antichità, fu il primo Romano a ricevere un soprannome derivante dal popolo sconfitto.
L’Operazione Scilla
Dopo lo sbarco alleato in Sicilia del luglio 1943 e il progressivo deteriorarsi della situazione sull’isola, Supermarina temeva che gli Alleati potessero istituire un blocco navale nello Stretto di Messina, isolando le forze italiane nel Tirreno da quelle nello Ionio. Allo Scipione Africano fu affidato il compito di forzare lo Stretto e trasferirsi da La Spezia a Taranto: la missione prese il nome di Operazione Scilla.
La nave lasciò La Spezia alle 6:30 del 15 luglio 1943 al comando del capitano di vascello Ernesto De Pellegrini Dai Coi, ma fu costretta a una sosta a Napoli dopo essere stata individuata da aerei da ricognizione alleati. Ripresa la navigazione, entrò nello Stretto di Messina intorno alle 2:00 del 17 luglio. Grazie al radar EC3/ter «Gufo» — il primo radar di fabbricazione italiana ad essere impiegato operativamente in combattimento — rilevò in anticipo, davanti alla costa calabra tra Reggio Calabria e Capo Pellaro, quattro motosiluranti britanniche di tipo Elco (MTB 260, 313, 315 e 316) della 10ª Flottiglia, partite da Augusta in missione di pattugliamento.
Le motosiluranti, avvistato l’incrociatore, attaccarono con decisione. Lo Scipione aumentò la velocità al massimo, manovrò per schivare i siluri provenienti da prora, da dritta e da sinistra, e aprì il fuoco con le artiglierie da 135 mm e con i complessi da 37 e da 20 mm. Lo scontro durò meno di tre minuti: la MTB 316 fu affondata, la MTB 313 gravemente danneggiata e destinata ad affondare poco dopo; 12 marinai britannici persero la vita. Lo Scipione riportò danni minori e due feriti, causati non dalle motosiluranti bensì dal fuoco delle batterie costiere italiane e tedesche schierate lungo lo Stretto, che dopo lo scontro spararono sulla nave scambiandola per un bersaglio nemico. L’incrociatore raggiunse Taranto alle 9:46 del mattino.
Il comandante e l’equipaggio ricevettero l’elogio dell’ammiraglio Bergamini nell’Ordine del Giorno n. 11 del 18 luglio 1943. Lo scontro rimase a lungo l’episodio più citato sull’impiego operativo del radar italiano: la capacità del «Gufo» di rilevare le motosiluranti in tempo utile fu determinante tanto quanto la velocità della nave, che era il vero ostacolo a qualsiasi agguato silurante.
Tra il 4 e il 17 agosto lo Scipione svolse alcune missioni di posa di mine nel Golfo di Taranto e al largo della Calabria, durante le operazioni di evacuazione via mare delle forze italo-tedesche dalla Sicilia.

L’armistizio e la scorta della famiglia reale
La sera dell’8 settembre 1943, all’annuncio dell’armistizio via radio, la nave si trovava a Taranto. All’alba del 9 settembre ricevette da Supermarina l’ordine di raggiungere al più presto Pescara, insieme alle corvette Scimitarra e Baionetta. Verso le 14:00, mentre navigava al largo di Capo d’Otranto a 28 nodi, avvistò due motosiluranti tedesche (S 54 e S 61): queste, temendo di essere inseguite, crearono una cortina di nebbia artificiale e manovrarono per allontanarsi senza assumere atteggiamenti aggressivi. Il comandante De Pellegrini decise di non intervenire e proseguì verso Pescara.
La ragione dell’ordine era riservata e di estrema delicatezza: la corvetta Baionetta, al comando del tenente di vascello Piero Pedemonti, aveva imbarcato a Pescara il capo del governo maresciallo Badoglio e il ministro della Marina ammiraglio De Courten, per poi proseguire verso Ortona dove era stata imbarcata la famiglia reale. Lo Scipione, giunto a Pescara poco dopo la mezzanotte, invertì la rotta e raggiunse la Baionetta, scortandola fino a Brindisi: qui il re Vittorio Emanuele III con il suo seguito sbarcò nel pomeriggio del 10 settembre, trovando alloggio nella palazzina del Comandante Militare Marittimo. Durante lo sbarco, sei caccia si avvicinarono a volo radente nella direzione dell’incrociatore e della corvetta con a bordo il re: il fuoco contraereo dello Scipione li costrinse a cambiare direzione.
Il 29 settembre lo Scipione tornò in mare scortando il maresciallo Badoglio a Malta, dove il capo del governo firmò a bordo della corazzata britannica HMS Nelson l’armistizio lungo, che precisava le condizioni di resa già contenute genericamente nell’armistizio corto firmato il 3 settembre dal generale Giuseppe Castellano. Durante la cobelligeranza la nave effettuò viaggi ad Alessandria d’Egitto e ai Laghi Amari, dove erano internate le corazzate Vittorio Veneto e Italia.
Il dopoguerra
In applicazione del trattato di pace, il 9 agosto 1948 lo Scipione Africano fu ceduto alla Francia come riparazione per danni di guerra, con la sigla S7. Nella Marine Nationale fu ribattezzato Guichen (distintivo ottico D 607), in onore dell’ammiraglio Luc Urbain du Bouëxic, conte di Guichen (1712–1790). Insieme al gemello Attilio Regolo, ribattezzato Châteaurenault, fu riarmato con cannoni ex-tedeschi da 105 mm SK C/33 e riclassificato come conduttore di flottiglia, rientrando in squadra nel 1954 dopo estese trasformazioni. Tra il 1958 e il 1959 fu ulteriormente modificato per il ruolo di unità comando, con la rimozione di parte dell’armamento per fare spazio alle apparecchiature radar e agli alloggiamenti del personale aggiuntivo. Fu radiato nel 1963 e avviato alla demolizione nel 1982.
Informazioni aggiuntive
- Nazione: Italia
- Tipo nave: Incrociatore
- Classe: Capitani Romani
- Cantiere:
OTO, Livorno
- Data impostazione: 29/09/1939
- Data Varo: 12/01/1941
- Data entrata in servizio: 23/04/1943
- Lunghezza m.: 142.2
- Larghezza m.: 14.4
- Immersione m.: 4.9
- Dislocamento t.: 5.035
- Apparato motore:
4 caldaie Thornycroft, 4 turbine Parsons, 2 assi
- Potenza cav.: 110.000
- Velocità nodi: 40
- Autonomia miglia: 4.352
- Armamento:
- 8 cannoni da 135/45 (4 installazioni binate)
- 8 cannoni Breda 37/54 (affusti singoli)
- 8 mitragliere da 20/70<(4 installazioni binate)
- 8 tubi lanciasiluri da 533 mm (2 installazioni quadruple)
- Corazzatura:
- Torrette: 6-20 mm
- Barbette: 15 mm
- Equipaggio: 418
- Bibliografia – Riferimenti:
- Jane’s Fighting Ships of World War II, Crescent Books ISBN: 0517679639
- Wikipedia
- La voce del marinaio
- Si vis pacem para bellum
